Edonismo

What is the economic system in the U.S?

Capitalist economy

Domanda numero 98 del test di cittadinanza U.S.A.

Un leggero sentore di gomma da masticare al retrogusto di melone e papaya aleggia nell’aula. Kaylee, seduta a gambe incrociate sulla sedia sfoglia ‘They both die at the end‘, Soraya si spazzola i capelli specchiandosi nel cellulare, Sam ha chiuso gli occhi fingendo di essere assorto in pensieri densi come pece. L’aula è avvolta da una penombra conciliante, sa di tè al limone e biscotti al latte e miele, di interminabili pomeriggi autunnali nella scuola materna davanti all’immensa vetrata che dà sul parco, foglie amaranto che vorticano dopo essersi staccate dagli alberi.

La classe continua ad ascoltarmi impaziente mentre porto alla luce concetti opachi e lisci come ossi di seppia. I ragazzi ci hanno anche provato a seguirmi, e forse per un po’ ci sono anche riusciti, poi però ho smesso di spiegare e mi sono messo a ragionare ad alta voce e la mia spiegazione si è trasformata in un monologo. Stavamo leggendo delle peripezie di Enea, del suo spessore umano, della sua pietas… alla fine mi ero arenato contro gli scogli: quanto dolore inutile aveva creato quella spedizione? Pallante, Palinuro, Didone e poi per cosa? Per creare un impero guidato da cinici generali che ubi solitudinem faciunt, pacem appelant – dove fanno il deserto hanno la faccia tosta di chiamarla pace. E qui i pensieri si erano accavallati senza soluzione di continuità… Davanti agli occhi, oltre la baia avevo intravisto il giardino di Armida, un parco dei divertimenti rinascimentale per alleviare il dolore: più bello di Disneyland, più sfarzoso e luccicante di Las Vegas, un labirinto avvolgente dove cascate e ruscelletti si alternavano a piante esotiche e apriche collinette:

Cogliam la rosa in su ‘l mattino adorno

di questo dí, che tosto il seren perde;

cogliam d’amor la rosa: amiamo or quando

esser si puote riamato amando.”

Tasso. Gerusalemme liberata.

Il monòtono beep monotòno lacera i miei pensieri stracciandoli come stoffa lisa dal tempo, gli studenti si alzano confusi e spariscono oltre la porta.

Sistemo i fogli sparsi sulla cattedra senza fretta, oltre la porta gli schiamazzi degli studenti si affievoliscono in questo venerdì assolato di metà autunno. Raggiungo il parcheggio scambiando cenni di saluto con i colleghi e salgo in macchina. Adoro la mia utilitaria, una tre porte che i miei colleghi guardano con bonaria aria divertita mentre si fa timidamente spazio tra gli immensi SUV dei colleghi che occupano il parcheggio.

Parto ingranando la prima, perché la mia macchina ha il cambio manuale, fatto che tra colleghi e alunni aumenta la leggenda attorno al mio personaggio. L’aria entra dai finestrini abbassati e mi riempie le narici di salsedine salmastra, fa caldo, ma l’aria condizionata si è rotta qualche lustro fa e poi adoro il vento caldo che mi pizzica i capelli. Il sole mi accarezza le palpebre e io respiro l’autunno a pieni polmoni, poi, mentre la macchina attraversa il ponte della baia, una spia di cui ignoravo l’esistenza illumina il cruscotto.

All’inizio non so davvero cosa fare, guido per una manciata di miglia provando ad ignorarla, d’altronde la macchina sembra funzionare senza problemi, eppure l’idea che quella luce è fissa lì, mi innervosisce. Come a rispondere alle mie domande, passo davanti all’uscita di Bel Air, quella del concessionario, svolto rapido a destra e imbocco la rampa d’uscita.

L’autoconcessionaria assomiglia a un porto intergalattico di un film di fantascienza; sorge su una collina immersa nel verde e si stende per diverse miglia, intervallando parcheggi immensi a capannoni e ancora parcheggi. Le macchine, simili a navicelle spaziali ronzano attorno agli hangar, decine di addetti si sbracciano invitando i guidatori ad entrare. Raggiungo il mio lotto e sterzo bruscamente a sinistra, una signora di corporatura robusta mi fa cenno di avanzare verso il portellone dell’officina, io procedo lentamente, il portellone dell’officina si apre automaticamente producendo un rumore metallico, altri due addetti dall’interno si sbracciano invitandomi ad avanzare. Un odore di pneumatici e olio di motore mi invade le narici, continuo ad avanzare un piede alla volta finché l’addetto mi intima di fermarmi senza spegnere il motore, fissa il tablet che ha tra le mani, poi si avvicina al finestrino.

«Mr D?» Domanda in tono collaborativo.

«Sì» Replico io, asciutto.

L’uomo continua a scorrere le dita lungo il tablet, poi alza la testa: «cosa posso fare per lei?»

«Mi si è accesa questa spia…» dico, indicando il quadro.

L’uomo non fa una piega, «Capisco» dice, poi annota sul tablet il numero delle miglia e mi intima di scendere, «vediamo cosa possiamo fare… lei nel frattempo si accomodi nella sala d’attesa.»

L’interno della concessionaria assomiglia alla hall di un albergo; poltrone disposte davanti a un immenso schermo a cristalli liquidi, un ampio buffet con caffè, caraffe di limonata, frutta, muffins e donuts, sull’angolo opposto la zona bimbi e di fronte due ragazze asiatiche che fanno la manicure a due clienti annoiate. Tutto è complimentary, gratuito.

Mi dirigo verso il buffet e mi verso una tazza di caffè senza zucchero, poi mi siedo su una poltroncina, apro la borsa di pelle, raccatto una penna rossa, una risma di fogli e comincio a correggere. L’odore di caffè, cannella, olio di motore, dell’acetone e dello smalto delle unghie mi danno la nausea.

«Posso sedermi?» Alzo la testa dai fogli e mi trovo davanti ad una ragazza dal corpo esile e slanciato, simile a un giunco, la pelle scura e lucidissima, i capelli lunghi e neri che le ricadono lungo le spalle, gli occhi larghi con striature color rame, i denti biachissimi incorniciati da due labbra lucide; indossa un paio di jeans slavati e una camicetta fucsia molto corta che lascia intravedere un brillantino sull’ombelico.

Apro la bocca per dire qualcosa, ma lei si siede, senza aspettare la mia risposta.

«Anche tu sei qui per il tagliando?» Mi domanda scorrendo le dita sul cellulare.

«Già..» Replico rituffandomi con gli occhi sui fogli da correggere.

«Cosa insegni?» Insiste lei.

«Come lo sai che insegno?»

Lei sorride e indica la risma dei fogli sulle mie ginocchia.

«Ah,,, ecco… beh… Latino… Non il ballo latino americano… la lingua di Cesare.» Preciso

La ragazza si sporge verso di me poi bisbiglia: «Fidem meam obligo, vexillo civitatis Foederatae Americae…»

«Oh…» Riesco a dire sorpreso, «Il giuramento alla bandiera americana, in latino…»

«Sì» replica lei, «la nostra professoressa del liceo ci ha costretto ad impararla a memoria, a dire il vero è l’unica cosa che mi ricordo di latino» Conclude abbozzando un sorriso complice.

Sto per aggiungere qualcosa quando un addetto dell’officina mi viene incontro torturando il tablet tra le mani, fa un cenno d’intesa impercettibile alla ragazza, poi torna a fissarmi: «Mr. D… purtroppo si è rotto il sistema dell’ABS, d’altronde la macchina è vecchiotta… ad ogni modo non sarà pronta prima di domani… e poi la spesa è abbastanza impegnativa, mi spiace»

«Sì ma io come vado a casa?» Domando seccato.

L’uomo non si scompone: «Ora provo a vedere se riusciamo a farle avere una macchina di cortesia ma…»

La ragazza si volta verso il meccanico e gli fa un altro cenno d’intesa: «Dominic» Dice sorridendo spensierata, «magari possiamo dargli una delle nostre macchine in esposizione?» Domanda quasi supplicandolo.

«Nostre?» Domando io inarcando il sopracciglio sinistro.

La ragazza mi allunga un biglietto da visita: «Piacere, Faith Campbell, addetta vendite.» Fisso la ragazza, sembra una una divinità classica, nei suoi occhi infuocati vedo le onde del Mediterraneo, le insidie di Scilla e Cariddi, il canto delle sirene, le spiagge di Calipso, il promontorio del circeo. Apro la bocca per dire di no, grazie, che non ho bisogno di una macchina nuova, basta aggiustare la mia, poi mi incaglio nel sorriso di Faith e mi limito a seguirla nel parcheggio dell’esposizione di auto.

Quando salgo nell’abitacolo Faith sorride complice: «è una macchina bellissima Mr D, non trova? Ora mi aspetti qui mentre le aggancio la targa provvisoria. »

Mi allontano sul grosso SUV scivolando leggero sull’asfalto , Dallo specchietto retrovisore Faith mi saluta sbracciandosi, il piercing dell’ombelico scintilla ai raggi del sole tiepido di inizio ottobre.


«Allora, alla fine la comprerai quella macchina?» Mi domanda Mr.Cummings mentre prendiamo un caffè dal distributore automatico.

«Ormai non è più importante» Replico infilando le monetine nella fessura.

Alle nostre spalle la vetrata illumina il parcheggio della Silvana High School, le macchine cromate scintillano al sole paglierino di inizio ottobre, file regolari di lamiere simili a tasselli di tetris lucidissimi.


L’azzurro pastello del cielo e il bianco vaporoso delle nuvole si amalgamano con l’amaranto, il giallo malva e zinco delle foglie ai bordi della strada. Un sole discreto d’inizio ottobre scalda con discrezione il cruscotto lucido del SUV. La macchina è nuova, profuma di lubrificanti ad oli, di colle adesive, di plastica, di tappezzeria e di pittura fresca; l’odore di nuovo mi riempie le narici e mi pizzica il cervello che gronda endorfine. All’intersezione tra Joppa Rd e Harford Rd il semaforo è rosso, mi fermo. Il motore, un precisissimo propulsore ibrido a benzina che sprigiona una potenza combinata di duecentodiciannove cavalli si acquieta obbedendo a leggi meccaniche che attivano il sistema stop and start; nell’abitacolo cala un silenzio intenso. Il navigatore integrato mi avverte che non c’è traffico e che sarò a destinazione tra dodici minuti. Chissà… forse sono anche felice

nessuna schiavitù è più vergognosa di quella volontaria.

Seneca

Scrivo storie da una immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: un paese in disequilibrio perenne tra la ricerca di giustizia sociale, politiche del consenso, e la non-etica del capitalismo incipiente. Hey! sembra l’America  vuole raccontare attraverso le storie di una classe di ragazzi e del suo professore, quello che l’America è ma non sa di essere.

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Published by excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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