Solitudine non è essere soli, ma essere vuoti

Il Maryland chiude tutte le scuole pubbliche dello stato dal 16 al 27 marzo per rallentare la diffusione del crescente focolaio di coronavirus.

La classe mi ascolta ma io non so cosa dire. Fuori dalla finestra un cielo grigio e indifferente ci ricorda che in fondo la primavera può aspettare; i gabbiani planano sulla baia al di là della palude, sulla strada poche macchine sfrecciano veloci e pensierose.

Mentre le scuole saranno chiuse, tutti gli edifici scolastici pubblici e gli scuolabus verranno puliti e disinfettati. Il governatore del Maryland Larry Hogan vieta inoltre tutti gli incontri pubblici con più di 250 persone, attivando la Guardia Nazionale, ordinando a tutti gli impiegati del governo statale non essenziale di lavorare da casa e chiudendo il porto di Baltimora per le navi da crociera e passeggeri.

Torno a fissare i ragazzi e i loro sguardi carichi di domande e dubbi, sembrano delusi, vogliono risposte che non ho. I cellulari sono spenti, niente app, niente Netflix acceso su ‘Love is Blind’ la serie televisiva del momento, sono confuso.

La quarta parete si è sgretolata e adesso la mia classe vede l’inganno: la scuola dovrebbe essere un teatrino, la commedia dell’arte, l’eterna lotta tra Noi, che facciamo finta di spiegare e di arrabbiarci e Loro, che fanno finta di studiare e di fregarsene.

Questa è un’emergenza per la salute pubblica. Con la diffusione della malattia nella comunità, ci aspettiamo  che il numero di nuovi casi aumenti in modo drammatico e rapido.

Ricaccio indietro i dubbi e le paure e comincio a spiegare senza alcuna voglia, senza rime o ragioni.

«Che ne dite se traduciamo un po’ di Seneca?» chiedo più a me che a loro.

La classe mi guarda con gli occhi serrati, leggo nei loro sguardi delusione.

Altre azioni annunciate dal governatore Hogan includono la chiusura dei centri di attività per anziani, l’estensione delle date di scadenza di tutte le licenze, i permessi e le autorizzazioni – compresi i conducenti, le licenze di veicoli e professionali – Si indirizzano gli ospedali ad adottare nuove politiche per i visitatori, nonché la sospensione di tutte le visite in carcere.

«La solitudine, solitudo in latino… deriva dal latino arcaicosollus’, cioè intero, ad indicare la posizione di chi basta a sé»

«Ma questo cosa c’entra?» Sbotta Uriah.

«Traduci…» dico abbozzando un sorriso intimidatorio…

Sic est, non muto sententiam: fuge multitudinem, fuge paucitatem, fuge etiam unum. Non habeo cum quo te communicatum velim…

Uriah smette di lamentarsi, per lui tradurre è fonte di pace e serenità, la classe adesso ascolta, sperando di trovare risposte nelle parole di Uriah, nelle parole di Seneca…

È così, non cambio parere: fuggi la moltitudine, fuggi i pochi, fuggi anche uno solo. Non ho (nessuno) col quale ti vorrei in comunicazione. E vedi quale grande concetto ho di te: oso affidarti a te stesso. 

La classe scrive, senza capire. Fuori, sulla strada pochi trucks si ostinano a scivolare sull’asfalto, i gabbiani a planare incuranti di noi e di Seneca.

Domani si chiude, e molti dei miei studenti di tutta questa storia ricorderanno solo di come le loro famiglie si saranno comportate durante questa crisi di coronavirus, molto più di quanto gli Stati Uniti avranno affrontato questa pandemia. I nostri studenti ci osservano cercando di capire come rispondere allo stress e all’incertezza. Il coronavirus passerà, ma si porterà via tante famiglie e molte certezze.

Chekhov ha detto che se temiamo la solitudine beh… allora non dovremmo sposarci.

E fare figli, aggiungo io.

Uriah continua placido nella sua traduzione e le sue parole, frammiste a quelle di Seneca ci infondono coraggio.

Per lo stolto non c’è neppure quell’unico vantaggio che deriva dalla solitudine, ossia il non confidare nulla a nessuno e non temere delatori: egli si tradisce da sé.

Il monòtono beep monotòno restituisce i miei alunni a questo Venerdì tredici marzo duemila venti. Tutti si alzano alla spicciolata e si dirigono verso la porta.

Compilo il registro elettronico con calma, chissà quando lo compilerò di nuovo.

C’è un  gran senso di incertezza, tra un mese i seniors dovrebbero festeggiare il prom, tra due mesi la graduation, a fine mese ci dovrebbero essere i test dell’SAT…

Forse se avessi le ali e il potere di volare oltre le nubi e contare tutte le stelle ad una ad una sarei anch’io più spensierato… durante queste settimane i miei alunni comunicheranno attraverso i social media senza realmente parlare… o forse mi illudo cercando di immedesimarmi nei miei studenti, forse… indipendentemente da quando o da dove si nasce… con un tablet o con un lapis… è sempre triste e solitaria quest’esistenza.

 Alzo la testa e vedo Kenzie, seduta imperterrita che mi fissa con un ghigno che non è strafottente, solo pragmaticamente compiaciuto.

«E tu…? No vai nella classe di Mr.Cummings?»

«No, io vado a casa… sono venuta a scuola solo per salutarla…»

«A casa?»

«Stasera parto…»

«E dove vai?»

«In Florida… con Destiny e sua sorella maggiore…»

«A fare cosa?»

«Abbiamo trovato un’offerta irrinunciabile… una settimana, trecento dollari, volo compreso…»

Fisso Kenzie senza sapere cosa dire, lei se ne accorge e riprende a parlare: «Siamo giovani, Mr. D, e questo virus uccide i vecchi… se ci va bene ci faremo un po’ di mare… se ci va male… beh prenderemo un po’ di paracetamolo…»

Sto per dire qualcosa, tipo caput mentulae… ma alla fine desisto. I ragazzi che si diplomeranno quest’anno alla Silvana High school sono nati nel duemilauno, l’anno delle torri gemelle, hanno frequentato le scuole elementari durante la più grave crisi dopo il Ventinove e si diplomeranno nell’anno della più grave pandemia del nuovo millennio. Di sicuro avranno sviluppato gli anticorpi.

«Fate buon viaggio… ma state attente…» Sussurro mentre l’accompagno con gli occhi oltre la porta dell’aula.

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Pubblicato da excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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