Quieto vivere

Una pioggia inconsistente pizzica i tetti delle case e l’erba dei backyards del quartiere, scivola sinuosa giù dalle grondaie inzuppando i barbeque d’acciaio che la maggior parte di noi aveva preparato per festeggiare il Labor day, la festa dei lavoratori, la festa della fine delle vacanze. È una pioggia strafottente che impasta il carbone con le gocce che colano nei canali di scolo lavando via dalla pelle il tepore di un’estate effimera che non poteva durare. Un vento atlantico con accenni di mediterraneo sbatacchia la pioggia contro le finestre, fa sobbalzare le piscine gonfiabili e le fronde dell’american dogwood di Mr.Hamilton, con un retrogusto di autunno caldo che in realtà non vuole saperne di scaldare.

Seduto in cucina ascolto il suono della pioggia respirando i primi sapori di settembre mentre continuo a fissare la fotografia in bianco e nero che stringo tra le mani: un ragazzo sorride all’obiettivo, gli occhi neri e vispi, i baffi arricciati all’insù secondo la moda del tempo, un completo scuro con il farfallino, i capelli leggermente arruffati. Giro la foto ingiallita dal tempo e rileggo per l’ennesima volta la nota, poche righe scritte di fretta, con un carboncino che ha sbavato un po’ nei bordi. Scuoto la testa e sospiro: ma perché mi devo sempre cacciare in questi pasticci?


Dopo settantotto giorni, quindici ore e quaranta minuti di inerzia scandita da pomeriggi dilapidati davanti a CNN e FOX news che ci hanno tenuto compagnia ricordandoci che il prezzo del petrolio è aumentato, che l’inflazione americana è fuori controllo, che in molti stati non si può abortire ma in compenso si può girare per strada con un fucile a canne mozze, le scuole riaprono e noi come sorci ormai navigati torniamo sulla nave, pronti per salpare verso lidi che dalla stiva non vedremo mai.

Il preside ci accoglie uno per uno davanti alla porta dell’aula magna, ha un sorriso generoso, strette di mani vigorose come acciaio ittita. Noi entriamo nell’immensa aula magna scoprendola forse un po’ più immensa del solito. L’effetto all’inizio è quasi plastico, perché di solito i posti conosciuti risultano essere più piccoli, forse anche più banali, mentre la sala del primo collegio docenti del nuovo anno scolastico ci risulta incredibilmente grande. Sposto gli occhi con disagio da destra a sinistra cercando di percepire l’inganno, nulla, l’aula è diventata più grande.

Mi siedo nell’ultima fila e finalmente percepisco l’inganno: non è l’aula che è diventata più grande, siamo noi che siamo diventati più piccoli, nel senso che un terzo delle sedie un tempo occupate da colleghi sono vuote. Manca Mr.Cummings, il professore di storia, e Ming, il collega di cinese, e Ms.Zingo, la collega di inglese e molti altri di cui non ricordo neanche più il nome.

Il preside entra nell’aula camminando con fare incerto, gli occhi bassi, un sorriso istituzionale che gli muore agli angoli delle labbra. Percorre l’ala centrale della sala evitando di incontrare i nostri sguardi, sale sul palco, afferra un microfono e comincia a parlare.

Il discorso recitato in un burocratese stretto, potrebbe tranquillamente riassumersi così: un terzo del corpo docenti della Silvana High schoool si è licenziato durante le ferie estive, in poche parole siamo understuffed, sotto organico, a quanto pare molti professionisti ignorano le gioie dell’insegnamento… ma dobbiamo stare tranquilli e aiutarci, perché il governo ha intenzione di promuovere leggi speciali che permetteranno ai neo laureati di insegnare anche senza un diploma di laurea, spazio anche agli insegnati pensionati e ai riservisti, insomma, in un modo o nell’altro, con l’aiuto di tutti, anche quest’anno ce la faremo.

Noi lo ascoltiamo come si ascolta un rumore di sottofondo; Ms. Ray, la collega di scienze muove le mani a tempo mentre porta a termine una trapunta che dovrebbe essere pronta per Thanksgiving, Mr. Burke annuisce ogni due minuti ma non al preside, ma a Tony Robbins che negli Airpods gli sta spiegando come si fa a diventare ricchi con sette semplici mosse, il resto di noi un po’ guarda in direzione del preside e un po’ verso le sedie vuote, con curiosità quasi morbosa. Senza mascherine sembriamo tutti un po’ diversi; Soraya mi ha detto che questa sensazione di apparire differenti senza la mascherina ha un nome ben preciso, si chiama mask phishing, un fenomeno per cui una persona sembra più attraente quando indossa una mascherina.

Al termine della lezione ci dirigiamo senza fretta nelle nostre aule tirate a lucido, poche parole scambiate nei corridoi, sguardi lesinati con cura. Quando arrivo davanti alla porta della mia aula mi trovo davanti Mrs. Bateman, una caraffa di mocacchino in mano e un sorriso benevolo.

«Mr.D la disturbo?» Mi domanda seguendomi dentro l’aula.

«Mai… è sempre un piacere vederla» Rispondo collaborativo.

Mrs.Bateman non sembra cogliere il sarcasmo della mia risposta, si siede con spavalderia americana su una sedia al primo banco e mi guarda senza parlare.

Appoggio la borsa tracolla sulla cattedra, sbuffo un po’ giusto per darmi delle arie, sfoglio distrattamente qualche foglio che ho raccolto nella mia cassetta delle lettere in segreteria e alla fine cedo, faccio un bel respiro e dico: «Posso… posso… fare qualcosa per…»

«Sì.» Risponde lei.

«Dica pure…»

«Si ricorda che l’anno scorso io e la mia famiglia siamo stati in vacanza… in Italia?»

«Naturalmente» Replico facendo scodinzolare il piede destro.

«Ecco… ma lei lo sa perché ci tenevo tanto ad andare in Italia?»

«No…»

Tipico delle madri dei mei alunni farsi stanare dilapidando il tempo che come aveva giustamente suggerito Seneca è pur sempre limitato…

«Perché… il mio cognome da nubile è Bley, da mio padre… ma…»

«Ma?»

«Ma mia mamma… da celibe era Troia»

Per una frazione di secondo perdo aderenza con la realtà mentre i sistemi di traduzione del mio cervello vanno momentaneamente in tilt, poi il mio subcoscio italiano e inglese si riallineano e sbobinano la frase in slow-motion… My -mom’s- maiden- name- was- Tro-ia…

«Ah come la città dei poemi omerici?»Suggerisco.

«No» Replica lei con fare sornione, «Come il ristorante su Providence Road.»

«…»

Non riesco a dire nulla, allora resto in silenzio mentre nella testa, chissà per quale inganno della mente ripenso alle parole de ‘I treni di Tozeur’ di Battiato.

«L’aveva fondato mio nonno Giuseppi… Troia.»

«…»

Nei villaggi di frontiera guardano passare i treni.

Le strade deserte di Tozeur...

Mrs. Bateman allunga una mano nella borsa, raccoglie una busta ingiallita dal tempo e me la infila tra le mani. La guardo senza sapere cosa dire, imbarazzato. Fisso la busta per qualche secondo, poi la apro: è una foto in bianco e nero, un ragazzo con due baffi appuntiti fissa la camera con aria assente, alle sue spalle pochi dettagli: una parete di un grigio cinerino, un’ombra sfocata.

«La mamma è venuta a mancare quest’estate»

«Mi dispiace…» dico ricacciando indietro Battiato che continua a suonarmi in testa.

«Facendo pulizia nel cassettone ho trovato la foto di… di… deve essere un parente… ecco, sul retro della foto c’è un messaggio in italiano… mi chiedevo… mi chiedevo se… se lei potesse tradurmelo, ma con calma, ci mancherebbe…»

Infilo la foto nel compendio del De bello gallico, mi aggiusto la cravatta, tossisco e riesco a farfugliare qualcosa tipo: «volentieri… mi dia solo qualche giorno…»


La pioggia continua a battere sul tetto, io continuo a stringere la fotografia tra le mani, indeciso sul da farsi, poi allungo la mano verso il bicchierino sul tavolo, ne accarezzo i bordi, l’afferro e bevo tutto d’un sorso. Prendo la penna e scrivo:

“La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle. Ti affido mio figlio. ”


Mrs. Bateman legge la mia traduzione senza riuscire a trattenere le lacrime, mi abbraccia commossa, un po’ piange e un po’ sorride. Quando usciamo nel piazzale, si ferma davanti alla bandiera della scuola e la fissa con fare trasognato: «Oh…» esclama, «è a mezz’asta per rendere omaggio alla regina?»

Mi limito a tossire senza rispondere, in fondo per quieto vivere ho già detto troppe bugie, così le lascio interpretare il mio silenzio come meglio crede.

Bandiera a mezz’asta per celebrare il 9/11 che quest’anno cadrà di domenica.

La pioggia non sembra volerne sapere di smettere, continua a cadere senza fretta. Guardo nuovamente la foto accarezzandola tra le mani, poi la giro e rileggo il testo scritto a carboncino, una scrittura imprecisa,in stampatello, da scuola elementare: PER PIACERI AIUTALO CHE IO SOLA CIAI MANATO ROBI E SOLDI 40 ANI E NESUNO LO VOLI CONOSCERI.

Un grazie di cuore agli amici e ai lettori che quest’estate hanno trovato il tempo di venire alle mie presentazioni, davvero ho finito gli aggettivi. Un grazie enorme va ad Alida Paternostro de ‘Le sfogliatelle’ che da sola è riuscita a smazzarsi due terzi di tutte le presentazioni…

Il progetto di Mr.D e della Silvana High school doveva concludersi a giugno, anche perché sto lavorando ad un romanzo che uscirà nel 2024 e che forse pubblicherò a puntate anche sul blog. Nel frattempo le storie di Mr.D che volevo mandare in soffitta rimarranno in serie limitata, un episodio al mese, per ringraziare tutti voi che dopo quasi quattro anni ancora trovate il tempo di leggere e di scrivermi, grazie! Vi ricordo inoltre che Insegnare alle ombre è disponibile in tutti gli e-stores e librerie… per chi l’ha già letto, se vi è piaciuto, vi chiedo per favore di lasciare un feedback sui portali che usate per recensire i libri.

Published by excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

One thought on “Quieto vivere

  1. Mr D, nel 1990 una moglie di ufficiale nella caserma dove mi trovavo di stanza con mio marito mi chiese di tradurle una lettera che la sua famiglia Italo americana conservava dalla fine 1800 come una reliquia.

    Ero con mia madre, vecchia maestra friulana, e a stento deciframmo quelle parole scritte in dialetto abruzzese così diverse dall’italiano odierno ma così piene di ricordi di gente partita per mare in piroscafo a cercare fortuna.
    Nel mio caso si trattava di due sorelle e la disputa per l’eredità un podere nelle campagne. La miseria e comunque la dignità di comunicarsi argomenti di importanza familiare tramite la successione e il da farsi di fronte a la poca roba da spartirsi.

    Ricordo la commozione che mi assalì nel tradurre la banalità di un documento tutto sommato terso e atto solo a comunicare una decisione notarile, ma che generazioni diverse ( almeno tre, due delle quali incapaci di leggere la lettera) avevano custodito l’ultimo filo , legame conduttore con la madrepatria.

    Anche io scrivo perché rimanga per i miei figli, scrivo ma i miei nipoti non sapranno leggere e dopo di me, se resterà lo scritto in italiano saranno occhi di un futuro Mr D a poter decifrare dietro la foto una didascalia in una lingua oscura.

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