Il tuo posto è vuoto

Fuori dalla finestra una pioggia fredda di fine inverno picchia sui vetri. Io, seduto alla cattedra, correggo un passo di Seneca. Laiba entra nell’aula senza far rumore, sorride mentre le nocche battono sulla porta socchiusa. Rimane un po’ con me a parlare di progetti e di futuro mentre continuo a correggere facendo finta di prestare attenzione a quello che dice. Un domani sarà un medico, di questo è certa, dice. La prima donna a laurearsi nella sua famiglia, aggiunge. Viaggerà e poi, chissà… Io l’ascolto sorseggiando un caffè ormai tiepido, ascoltando le gocce di pioggia che tamburellano sui vetri, pensando al consiglio di classe straordinario di oggi pomeriggio. Laiba se ne accorge, abbozza un sorriso di circostanza, poi farfuglia qualcosa a proposito di Seneca. Prima di andarsene prende un foglio dalla stampante e scarabocchia qualcosa in arabo.

«Cos’è?»Le domando mentre esce dalla stanza.

«Niente di che… solo il suo nome » Taglia corto sparendo oltre la porta.


Giugno in Maryland, il caldo arroventa l’aria carica di umidità arrostendo le carcasse delle cicale che si decompongono sotto i tronchi degli alberi. Io nel frattempo riempio il vuoto della mattina leggendo un passo dell’Eneide. Una tempesta di sabbia fine e rossastra trasportata dal vento mi pizzica le narici con fragranze di peperoncino e zenzero, chiodi di garofano ed eucalipto. Occhi agili e inquisitori mi scrutano mentre continuo a tradurre i versi del sesto libro dell’Eneide.

Leggo di Anchise, il padre di Enea che guidando il figlio nei Campi Elisi gli ricorda come Roma, a differenza degli altri popoli, non ha velleità artistiche né matematiche, i romani sanno fare solo una cosa: dominare.

Atqui pater meus semper dicebat mundum a lupo deletum iri.

Pater tuus de his rebus haud scit certius; nullus lupus potest hunc mundum delere, arma Romana sola possunt…

Ma mio padre diceva sempre che il mondo sarebbe stato distrutto da un lupo.

Tuo padre non sapeva nulla di queste cose, nessun lupo può distruggere questo mondo, solo le armi romane possono (farlo).

Barbareen, Netflix Series Episode 3.

Gli studenti formano un muro variopinto di colori e odori imperscrutabili e leggeri come un tramonto tra i palazzi di Theran, nuvole leggere tra gli altipiani arabici, torbide e imbevute di pioggia rosso pastello ad assorbire un cielo che si specchia tra le cupole e le punte dei minareti. Gli esametri di Virgilio intanto si spandono nell’aria come una nenia antica e familiare, un ritmo ancestrale che racconta di storie conosciute e a lungo dimenticate.

Le ragazze davanti a me indossano hijab variopinti che si intonano con le All stars dorate e gli scialli color malva… i ragazzi indossano turbanti arancioni, kippah neri con ricami smeraldo e rosso rubino; i loro colori riflettono l’America multietnica e variopinta delle sterminate contee e dei sobborghi ai piedi delle città. Sono i figli di prima generazione di chi è fuggito da paesi lontani dilaniati da lotte infinite, da terre solcate da millenari eserciti nemici.

Al di là della finestra intanto l’America rurale sfrigola sonnacchiosa nelle padelle cariche di burro e bacon, sbuffa caffè tostato al caramello mentre truck cromati sfilano baldanzosi sul raccordo anulare a ridosso di modeste villette monofamiliari con le bandiere che sventolano al soffio di venti saturi di Appalachi e burbon e miele di acacia.

Nella nostra classe il microcosmo si muove seguendo leggi che affondano nelle radici di leggi non scritte. Gli studenti della coorte D hanno lavorato da remoto fino alla fine di maggio, alternando traduzioni di Virgilio a ricette cucinate nei ristoranti da asporto cinesi e magrebini, compendi del De bello gallico a ore di baby sitting e trigonometria. Questi ragazzi sono tornati in presenza solo quando la contea, alla luce dei nuovi dati sui casi di COVID 19, li ha costretti coercitivamente a tornare a scuola dopo quindici mesi, strappandoli a lavoretti di sussistenza e faccende domestiche.

La maggior parte di questi ragazzi ha nomi impronunciabili, vocali che faticano a trovare spazio tra intricatissime e spericolatissime sequenze di consonanti che tolgono il respiro. Nella loro pragmatica semplicità però, nel mondo istituzionale, hanno adottato per lo più nomi occidentali, così Xingjuan è Emily, Ehsan è Michael, Sabriyyah Amanda.

I loro genitori non parlano inglese, i loro cellulari hanno per lo più la tastiera con caratteri arabi e cinesi, coreani e farsi. Questi ragazzi oltre ad andare a scuola, aiutare la famiglia nel lavoro e nelle faccende domestiche, devono anche tradurre, parlare al telefono con la compagnia elettrica o quella telefonica, compilare questionari e intrattenere rapporti cordiali con l’ufficio immigrazione.

Gentile Mr. D, Sono arrivata in ritardo in classe oggi e me ne scuso sinceramente. Il Ramadan è iniziato ieri: ho dovuto partecipare alle preghiere notturne che durano fino a mezzanotte circa. Ho anche dovuto svegliarmi prima dell’alba per mangiare prima del nostro digiuno. A causa di questo, non ho dormito molto. Mi scuso sinceramente per il mio ritardo (ho solo pensato che sarebbe stato troppo lungo spiegarlo in classe, quindi ho pensato di spiegarlo qui!) Cordiali saluti,

Ora che questa variopinta umanità si stende davanti ai miei occhi, mi limito ad osservarla con la curiosità di chi scopre con ritrovata meraviglia che esiste un altro mondo che questa pandemia ha nascosto sotto una coltre opaca e lucida come paraffina.

Intanto i ragazzi prendono appunti scrivendo in arabo e farsi, cinese e coreano, scritti fitti ed ermetici che restituiscono le parole di Virgilio ad altre culture.

Tu, o Romano, ricordati di dominare i popoli (queste saranno le tue arti), di imporre le norme della pace, di risparmiare i sottomessi e debellare i superbi.”

Virgilio, Eneide, VI

Al suono della campanella gli studenti si alzano con calma, raccolgono fazzoletti di carta e disinfettante, puliscono i banchi con cura poi escono in silenzio, bisbigliando saluti reverenti. Chiudo il libro e mi sistemo la mascherina che mi scivola sul mento, quando alzo la testa mi trovo davanti la faccia di Ali, pelle scura, fisico striminzito e lungo, due baffetti appena accennati.

«Dimmi, Ali»

Ali non parla, si limita a fissare il foglio scritto in arabo appeso sulla bacheca alle mie spalle.

«Ah ho capito… guardavi quello. È il mio nome, in arabo…»

Ali sorride confuso, quasi imbarazzato adesso.

«Mr D, non c’è scritto il suo nome…»

«Ah no?» comincio ad allarmarmi.

«No…C’è scritto: il tuo posto è vuoto.»

«E che significa, scusa?»

«In arabo vuol dire: mi mancherai…»

Questa storia è per te, Saman Abbas, i tuoi capelli spargono fragranze di basilico che affondano radici in dolori lontani, bisbigliano nomi …Lorenzo e Lisabetta da Messina… e vecchie storie di miseria e amore all’ombra di una lontanissima pandemia ormai sbiadita dal tempo.

علم ان هذا المكان فارغ ويبدو غير قابل للعيش بالنسبة لك ولكن بالنسبة لي, هذا الفراغ هو طبيعة ثانية

Capisco che questi spazi vuoti ti sembrino inabitabili. Ma per me un tale vuoto è la mia seconda natura.


Con questa storia mi congedo dalla terza stagione di Hey Sembra l’America. Tante, troppe le persone che devo e voglio ringraziare e di sicuro, lo so, una buona metà la dimenticherò strada facendo.

Tra la fine di giugno Mr D farà un salto in italia per presentare il libro a Torino, Milano e Bologna… se vi va, passate a trovarlo 😉

Grazie a BE, la mia casa editrice, per aver dato voce e spazio alle mie storie.

Grazie a tutti i lettori e amici che hanno acquistato una copia del libro, non era una cosa scontata, eppure quest’estate andremo in ristampa.

Un grazie a Irene, la mia lettrice zero, a Giuliana A. che non vedo l’ora di salutare di persona qui a Baltimore… in fondo non abitiamo così lontano. Un grazie a Mauro di Milano che con i suoi commenti ed email spesso mi fa arrossire leggendo della sua profonda conoscenza letteraria e cultura europea. Un grazie fraterno ad Andrea Parodi di cui ho parlato nella storia A est della notte. Un grazie a Irene Sparacello e Massimo Meregalli che quest’autunno hanno dato anima e voce a Mr.D nelle trasmissioni di radio popolare, ah, se volete riascoltarle, potete farlo qui. Un grazie a John McLucas che ha scritto la prefazione al mio libro, amico prezioso e arbitro d’eleganza. Grazie al mio prof di italiano e latino, Adriano… se oggi sono quello che sono lo devo soprattutto a lui.

Un grazie a Bsev e a tutti gli Italians.

Il blog per il momento va in vacanza, poi a settembre si vedrà…

Published by excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

3 thoughts on “Il tuo posto è vuoto

  1. Dear Mr D mi hai rituffato al 1986 quando abbandonata l’Italia per seguire il marito Americano mi sono iscritta all’Universita’ del Maryland. Fin da subito per paura di perdere la mia identità culturale prendevo gli appunti solamente in italiano.

    A poco a poco nessuno poteva leggere i miei scritti non solo perché in italiano ma anche perché l’inglese si insinuava inesorabilmente. Come alla foce dei fiumi l’acqua dolce entra in quella salata.

    Ho continuato per tutta la mia carriera scolastica ad ostinarmi a scrivere gli appunti delle lezioni che ascoltavo in italiano; anche per il master alla NDUM però l’inglese prepotentemente domina la mia vita e il mio linguaggio.

    Nei tuoi studenti del racconto rivedo la mia giovinezza di immigrata privilegiata.

    Ora solo la messa mi rimane nella mia lingua madre. Pregare in italiano rimane l’ultimo avamposto che non soccombe alla completa assimilazione.

    Buone vacanze; l’alunno che ti ha consegnato la frase nella sua madrelingua ti ha offerto il più nobile dei riconoscimenti che un insegnante possa aspirare.

    Continua a toccare gli animi ed i cuori dei giovani; rimarrai giovane anche tu

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  2. Letto solo ora, mi spiace: è parecchio che non entravo nel blog per problemi di tempo. È già passato per Milano per la Sua presentazione? Mi spiacerebbe, sarebbe stata un’occasione per conoscerLa.

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  3. Dimenticavo… Quel finale «No…C’è scritto: il tuo posto è vuoto.» e poi «In arabo vuol dire: mi mancherai…» è incantevole e, anche se non sono un insegnante (fare lezione ai coleghi medici non è la stessa cosa), credo che sia profondaamente giusto il commento finale di Giuliana, «il più nobile dei riconoscimenti che un insegnante possa aspirare.»

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