Provehito in altum. Quando gli indiani sconfissero il KKK

Notte, il cielo è coperto da nuvole spesse che oscurano una luna sottile e opaca. La donna seduta nella macchina combatte il freddo di gennaio sfregandosi le mani, battendo i denti, cerando di percepire i rumori attutiti che vengono trasportati dal vento freddo di gennaio. Sono colpi di fucile, urla di uomini spaventati che si mischiano a ululati. Poi, verso le venti e trentaquattro, vede Mr. Blake correre lungo il campo strillando come un coyote ferito. Non fa in tempo ad aprire la bocca che incrocia lo sguardo di Catfish Cole mentre comincia a rotolare oltre la recinzione e sparire nel fosso adiacente, ignorandola. Solo a quel punto la donna si decide ad agire. Così mette in moto con le mani tremanti e intirizzite, inserisce la marcia, parte schiacciando il pedale con il piede incerto, riempiendo il silenzio dell’abitacolo con un urlo disumano di rabbia e paura. La corsa in realtà dura solo qualche centinaio di metri, poi la macchina urta un tronco e scivola nel fosso oltre la strada. La donna sbatte la testa sul cruscotto e quasi immediatamente avverte un fiotto tiepido che le bagna lo zigomo, poi chiude gli occhi, mentre alle sue spalle gli indiani ululanti si avvicinano lanciando urla di guerra.

Era comiciato tutto tre giorni prima, con due croci bruciate nella contea di Robeson, Carolina del Nord, trecentocinquanta miglia a sud di Washington D.C.  La prima croce aveva illuminato a giorno il cielo a ridosso della casa di una donna nativa americana colpevole di aver intrattenuto una relazione con un uomo bianco, l’altra fuori dalla casa di una famiglia nativa americana che si era trasferita in uno zona di Lumberton abitata da persone bianche.

Era il dodici gennaio del 1958.

La contea di Robeson era stata divisa in tre distretti razziali ben distinti sin dal 1880, con tre serie di autobus, tre fontane d’acqua separate e tre sistemi scolastici. Negli anni Cinquanta però, le cose avevano iniziato a cambiare e il KKK non l’aveva presa bene. L’America stava cambiando; prima cosa c’era stata la storica sentenza di Brown contro Board of Education che aveva  messo fuori legge la segregazione scolastica in tutti gli Stati Uniti. Come se non bastasse, a livello locale, la tribù dei Lumbee, la più grande tribù nativa americana a est del fiume Mississippi e la nona tribù a livello federale negli Stati Uniti che prendeva il nome dal fiume Lumber che si snoda attraverso la contea di Robeson, era stata formalmente riconosciuta dallo stato della Carolina del Nord.

Il giorno dopo che le croci erano state bruciate, James William “Catfish” Cole, leader del Ku Klux Klan della Carolina del Nord e della Carolina del Sud, conosciuto con il nome di Grande drago, aveva mobilitato la base organizzando la più imponente manifestazione del KKK della zona. La tensione nella zona era palpabile; le vendite di munizioni erano salite alle stelle, lasciando la maggior parte dei negozi senza scorte. Membri del KKK giravano da giorni per la città proclamando insulti razzisti e promuovendo il loro raduno “anti-indiano”, i Lumbee si erano limitati ad osservare in silenzio, approvigionandosi di munizioni.

Nonostante gli appelli alla calma delle forze dell’ordine che avevano già chiesto il supporto dell’FBI, i Klansmen avevano proseguito dritti per la loro strada. I primi manifestanti del KKK erano arrivati ​​sul campo gelato alle 19:00, un’ora e mezza prima dell’inizio del raduno. Armati fino ai denti, con le tradizionali vestaglie bianche, anche se la maggior parte psenza scorte. Per via del freddo aveva deciso di indossare anche  giacche invernali visto che la temperatura era ben al di sotto dello zero, avevano portato una croce e un grande striscione decorato con tre K rosse. Un camion con pianale era stato trasformato in un modesto podio improvvisato su cui avevano installato un sistema di amplificatori da cui avevano fatto suonare “Kneel at the Cross“. Catfish Cole il dragone, l’anima del raduno, si aspettava l’arrivo di circa cinquecento membri, ma alle diciannove, se ne erano presentati solo una cinquantina di volenterosi che nonostante il freddo e le modeste risorse, gridavano estatici al suono di

Kneel at the cross,
Christ will meet you there,
Come while He waits for you;
List to His voice,
Leave with Him your care
And begin life anew.

Nel frattempo, al di là della prateria, un folto gruppo di Lumbees andava ingrossandosi con il passare delle ore. A quanto pare, i volantini dei Klansmen avevano funzionato fin troppo bene, ma al contrario. Così, alle 20:15, mentre sotto la croce si contavano a malapena una cinquantina di membri del KKK, dall’altra pare della spianata quattrocento Lumbees e altri membri della tribù locale erano arrivati ​​sul posto e si erano diretti senza indugi verso i Klansmen.

Ignorando l’avvertimento dello sceriffo, Catfish Cole e gli uomini del KKK avevano continuato a cantare e incendiare croci finchè i Lumbees non erano partiti alla carica. I membri del KKK si erano allora dati alla fuga senza ritegno. Nella fretta di fuggire, Cole si era dimenticato della moglie che lo aspettava seduta in macchina a bordo della strada.

This Year Marks the 61st Anniversary of the Historical Battle of Hayes Pond

Tutti pendiamo dalle labbra di Kevin che in piedi sul podio della palestra racconta con i lucciconi agli occhi di quella volta in cui la tribù dei Lumbees aveva messo in fuga i membri del KKK. Kevin, capelli lunghi, pelle scura, stivali di cuoio, è un discendente dei Lumbees, suo nonno ha combattuto in quella battaglia che ancora oggi viene celebrata ogni gennaio in North Carolina.

Noi lo ascoltiamo senza obiettare, anche se la cosa risulta impossibile visto che sia la madre che il padre di Kevin sono nati nelle Filippine… Qui poco importa, perché in America ognuno è quello che vuole essere.. ognuno qui è libero di cambiarsi il nome, l’etnia, il credo…

Un’iconica pubblicità degli anni Sessanta mostra un indiano circondato dall’inquinamento dell’uomo bianco, l’indiano naviga tra le acque catramose di un fiume a ridosso della città per poi lasciare che una lacrima desolata gli solchi il viso…

The crying indian, precursore dell’indiano buono sublimato da Hollywood negli anni Novanta, era in realtà un italo americano, al secolo Oscar De Corti; lo sapevano tutti, eppure per gli americani lui era il nativo americano che piange. Allo stesso modo qui alla Silvana High Kevin Reyes è un discendente dei Lumbee, perché qui non è importante chi sei ma chi vuoi essere.

La donna riprende conoscenza, fiotti caldi di sangue le bagnano le guance. Gli indiani la raggiungono, entrano nel fosso e spingono la macchina riportandola sulla carreggiata. Un Lumbee apre lo sportello, ora la donna trema, piange implorando pietà, gridando alla luna opaca il nome di Catfish Cole, suo marito. L’indiano la fissa con severità, poi si toglie la giacca, strappa a fatica un lembo della manica e lo stringe con forza intorno alla ferita fermandone il sangue. Le nuvole si vanno diradando nel cielo restituendo un quarto di luna scintillante; al di là della pianura i Lumbee danzano sparando in aria colpi di gioia, celebrando la vittoria della Battle of Hayes Pond.

Un grazie alla RJ Phillips Band di Baltimora per aver musicato le vicende della battaglia di Hayes Pond

 
 
 
 

Published by excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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