It’s about US

Attraverso Bel Air Road, la strada che unisce la contea di Baltimora a quella di Harford all’altezza di Parkville. A sud la sterminata periferia a ridosso della città con le modeste townhomes che si susseguono stemperandosi un miglio alla volta nei palazzi della cinta urbana; a nord la zona rurale dove il verde inglese dei campi recintati si amalgama con la ruggine dei trattori, il giallo paglierino del fieno essiccato e il legno sbrecciato delle modeste casette monofamiliari.

Qui, a ridosso del confine di questi due mondi, l’anima rurale incontra quella suburbana mescendosi come acqua e olio d’oliva. Chi abita in questo limen fa mondo a sé: capelli chiari arruffati, magliette imbrattate di senape, pelle slavata e flaccida che rimbalza dagli avambracci e dalle caviglie varicose, beer belly, pance da birra, che fanno capolino da T-shirt dei Baltimore Ravens troppo corte, ciabatte da piscina, il freddo metallico delle  concealed carry guns che sfiorano natiche tiepide, jeans rappresi appena usciti da lavatrici a gettoni.

Ragazze con maliziosi sguardi da bambine ostentano tracotanti una bellezza già sfiorita: occhi grandi color di foglia, labbra color rugiada…

White trash, li chiamano così quelli che abitano qui, spazzatura bianca.

Finisco di attraversare la strada e mi avvio verso il chiosco all’angolo di Kenwood Avenue, una strada secondaria che annega nei campi a ridosso del raccordo anulare.

L’edificio è la sintesi imperfettamente pirandelliana di tutta questa ingenuità; una staccionata rossa e gialla che spicca nel grigio fegato che sublima nel marrone del quartiere, un’insegna dipinta a mano che mostra un grottesco Hot Dog sorridente che stringe tra le mani un barattolo di senape e uno di ketchup, l’insegna avvolta tra le fiamme su sfondo nero. Nell’intenzione del suo artista, l’immagine vorrebbe restituire una boccata di serenità frammista ad allegria e voglia di vivere, a me ricorda tanto Hurt di Johnny Cash, the man in black.

I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that’s real

Hurt. Johnny Cash,

Vengo a mangiare qui quando voglio assaporare i gusti ordinari e dolciastri della Suburra specchiandomi nei limiti sottili dell’imperfezione americana con gli occhi perspicaci e inquietanti di Giulio Cesare che sradica certezze granitiche e immacolate.

«Salve magister.»

Mi giro verso la voce e mi trovo davanti Soraya, capelli neri e lucidi raccolti in uno chignon che fanno capolino da una retina bianca da bravo manzoniano, una mascherina blu di Persia a soffocarle un sorriso in piena che le esonda dagli occhi.

Soraya lavora qui come cameriera aggirandosi con grazia tra i tavoli sbrecciati e le comande mentre cita Seneca e Marziale servendo chili cheese dog in cambio di mance modeste come i piatti che serve.

«Salve principessa di Persia, dove posso sedermi?» Rispondo restituendole un sorriso che si smorza miseramente tra le pieghe della mascherina come un affluente in secca.

«Deve fare le chiamate?» Mi domanda lei piantandomi in faccia due occhi scuri e inquisitori come serpenti velenosi.

«E tu come lo sai?» Domando sorpreso.

«Oggi… in classe… l’ha detto lei…»

«Ah vedi…»

«Allora la metto nel retro, così è più tranquillo…» taglia corto lei.

«Mr D, mi tolga una curiosità» Mi domanda mentre mi porge un menù slavato dal tempo.

«Dimmi…» Faccio io spazzando la sedia con il dorso della mano.

«Ma perché si ostina a chiamare i genitori degli alunni che prenderanno un’insufficienza? Se non vogliono studiare saranno pure fatti loro…»

«Perché… non voglio lasciare niente al caso?» Dico nascondendo codardamente la mia risposta in una domanda.

«Proprio un inguaribile sognatore…» replica lei.

Apro la borsa di pelle e prendo la cartelletta con i nomi. Ci sono almeno dieci chiamate da fare. Il primo nome della lista è quello di Kaylee Moore.

Compongo il numero, un truck sfreccia lungo Bel Air Road facendo tremare l’edificio, la linea è libera.

«Chi è?» domanda una voce brusca. Sa di Whiskey e ghiaccio con un retrogusto di miele selvatico e menta.

«Buon pomeriggio, sono Mr. D, il professore di Latino di…»

«Ah… E cosa vuoi?»

«Nulla… solo farle presente che sua figlia ha un’insufficienza in latino e…»

«Hai già chiamato suo padre? No perché io mi sono rotta i coglioni di questa qui… e io sempre a mangiare merda mentre il mio ex marito mai niente…»

Le chiamate si susseguono con alterne fortune mentre le mie certezze si dissolvono leggere tra le nuvole slavate di un cielo azzurro di fine aprile. Il padre di Sam cerca di vendermi un furgoncino Cadillac che a suo avviso è come nuovo, il padre di Amish ha promesso di spaccargli il culo quantevveroiddio; visto che dall’inizio dell’anno scolastico è il quarto culo che millanta di spaccare, mi chiedo di quanti culi sia provvisto Amish… La madre di Candelaria sorride tutto il tempo ripetendo yes ah ah ah… al termine della telefonata mi dice che siento mucho ma non parla inglese.

Soraya di tanto in tanto passa dal tavolo e mi versa acqua ghiacciata di rubinetto con un leggero retrogusto di cloro. Su Bel Air Road le macchine cromate continuano a sferzare l’asfalto; al di là della strada si trascinano le vite mortificate di un quartiere che aspetta il suo momento, sonnecchiando come cenere novembrina color argento ossidato.

Gentili docenti, vi ricordiamo che per poter dare un’insufficienza ai ragazzi, è opportuno avvisare le famiglie e tenere le comunicazioni documentate… potete telefonare o mandare email, l’importante è che i genitori siano al corrente della situazione scolastica dei loro figli.

Scrivo storie da un’immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: Se ti va, iscriviti alla mailing list…

Published by excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

3 thoughts on “It’s about US

  1. Il calembour del titolo è delizioso; e ho anche imparato due locuzioni che non ricordavo dai miei lontani anni tra i vichinghi del Minnesota: beer belly e concealed carry guns. All’epoca, come devo avere già scritto, si andava vestiti al poligono nel weekend vestiti come la Delta Force (uomini e donne), ma non si andava in ospedale armati. Oggi forse è diverso, non so.
    A Rochester, MN, negli anni ’80, tra i (maschilisti) colleghi della diabetologia era diffusa una locuzione analoga alla prima, molto poco “politically correct” secondo i criteri di oggi e ai limiti Me Too (forse già ormai anche oltre), per descrivere le infermiere prosperose, soprattutto se nere e di conseguenza, secondo gli endocrinologi vichinghi per ovvio automatismo mentale, lussuriose: con tutto il massimo rispetto per le lettrici di genere femminile, la locuzione era “beer boobs”. Non so quale epoca sia migliore.

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  2. L’America, che amo alla follia, è proprio così; e Baltimora, a due passi da Washington, D.C., Bethesda e Annapolis è una comunità con molti dipendenti pubblici, molti federali o militari, mentre i suburbs dei milionari sono effettivamente spesso vicini. Quel titolo è un lampo di genio.
    Una decina di anni fa, con tanta nostralgia del cuore dell’impero che avevo scientemente rifiutato negli anni ’80, decisi di concedermi un paio di mesi di aspettativa senza stipendio e trascorsi quasi due mesi girando l’Appalachian Trail e il West Virginia; e poi Tennesse, Alabama, Kentucki, Texas rurale e gli stati nel sud-ovest andando verso Baja California per qualche giorno di mare con mia moglie. Era bello e sconvolgente a un tempo guidare, cercando di non addormentarsi per il malefico limite di velocità, attraversare Dixie e le polverose strade del sud (evitando Route 66, molte di quelle strade sono ancora come descritte in Steinbeck). Dire che i paesi più poveri e devastati dalla disoccupazione della Calabria ionica non sfigurano per nulla come livello di vita con Dixie è fare un torto a quei paesin da presepei: senza contare la loro fantasmagorica bellezza e i ventotto secoli di storia di molti di quei paesini, è la dignità della povertà che colpisce nel nostro sud più misero. A DIxie nulla di tutto questo, la dignità è rara, almeno secondo la mia esperienza: tante volte ho visto quelle che sembravano le descrizioni del Dust Bowl in Grapes of Wrath o le parole delle Dust Bowl Ballads di Woody Guthrie.

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