L’intelligenza degli elettricisti

Michael continua a non rispondere. Gli occhi chiari e liquidi come l’acqua della baia galleggiano al di là delle mie domande scandite con calma rassegnata. La classe continua a seguire l’interrogazione inspirando ed espirando attraverso le mascherine; i ragazzi da casa sdraiati a letto aspettano scorrendo annoiati le dita sui cellulari. L’interrogazione procede corroborata da meccanismi di scuola collaudati dal tempo e fissati dall’esperienza: uno studente non troppo preparato, un professore che lo sprona con fare paternalista, gli studenti che assistono alla scena come se fosse un film giallo nel quale si sa già chi è il colpevole.

«Michael» riprendo , «Ne abbiamo parlato in classe la scorsa settimana… ricordi? Ettore che appare in sogno ad Enea… ricordi?»

Michael adesso è ormai lontano, la sua mente sta correndo veloce in un quartiere fatto di casette monofamiliari con le bandiere americane che sventolano sospinte dalla brezza della sera, ordinati giardini ordinari, un sole morente che si inabissa oltre la collina, il respiro regolare che batte a tempo del cuore mentre i piedi danzano sulle lastre di cemento, rivoli di sudore a bagnargli la fronte.

«Okay Michael… proviamo a ripartire dall’inizio, ridimmi un po’ come avevi tradotto quel tempus erat quo prima…»

«Adesso basta! Lo lasci in pace… Lei non ha il diritto di trattarlo così.»

Giro gli occhi verso la voce. È una voce tremante, carica di sdegno e sete di giustizia. È una voce che sa di cause perse, ascoltandola bene si percepisce l’eco di Cassandra davanti al cavallo di legno, di Camilla che ferita a morte si strappa dal petto la freccia scagliata da Arunte.

Quando giro la testa Eunice è li a fissarmi senza abbassare lo sguardo, una mascherina color arcobaleno a nasconderle un sorriso guastato da un digrignare sdegnato e totalizzante da adolescente che non conosce mezze misure. Tutto è lotta, questo scontro non deve lasciare prigionieri o feriti.

«Cos’è successo Eunice?» L’apostrofo con una voce sciapa.

«Lei non ha il diritto di umiliarlo.»

Mi limito a sbuffare prendendo tempo, cercando di evitare che questa tenue protesta possa prendere una deriva rivoluzionaria.

«Lei non può… » insiste Eunice «Lei non può… mortificare uno studente in questo modo»

«Intendi dire interrogare

«Mortificare, Mr.D. Mi pareva di averglielo già spiegato una volta…»

«Spiegato cosa?» Domando trattenendo a fatica uno sbadiglio da frustrazione.

«Che questa scuola ableist deve cambiare… Siamo stanchi»

«Scusa, Eunice cara… l’ableism è una discriminazione contro i disabili quando e come io avrei…»

«Perché naturalmente se uno non è sulla sedia a rotelle o non ha l’apparecchio acustico ben in mostra o le stampelle o chissà… magari un’insegna luminosa a segnalarne l’handicap allora non è disabile…»

«E quindi io cosa dovrei fare? »

«Ascoltare invece di interrogare sarebbe già qualcosa…»

Alzo lo sguardo verso Michael che dal canto suo continua a guardare un punto imprecisato dietro le mie spalle, alla mia sinistra la finestra mi restituisce un cielo nuvoloso con qualche striatura azzurrognola. Mi mordo le labbra e comincio ad ascoltare senza reagire e così scopro una frase alla volta che…

I. penalizzare gli studenti che consegnano un progetto in ritardo è ableista.

II. Costringere i ragazzi a fare educazione fisica è ableista.

III. Costringere i ragazzi a parlare davanti a tutti è ableista

IV. Costringere gli studenti a fare lavori di gruppo è ableista.

V. Fare verifiche a tempo è ableista

VI. Sgridare uno studente è ableista

VII. Proibire agli studenti di ascoltare la musica mentre lavorano in classe è ableista

VIII. Dare voti è ableista

Gli studenti continuano a snocciolare articoli dal loro manifesto programmatico ableista come menadi invasate da Dionisio. Io li lascio parlare, perché al di là di tutti gli ableismi la verità e che nella solitudine delle loro vite adolescenziali, un po’ come tutti, in fondo vogliono solo essere ascoltati.

Le voci dei ragazzi si impastano con i miei pensieri, che lentamente tracimano nei ricordi.

C’è un ragazzino minuto in un’aula color caffè. C’è odore di gomma da cancellare rossa e blu, di matite appuntite e bianchetto Pelikan. Un professore giovane e stempiato lo sta interrogando. Il ragazzino guarda le labbra dell’uomo muoversi, ma ormai alle sue orecchie quel professore non produce più suoni articolati ma solo rumori sconnessi. La classe ride, il professore non sta più interrogando adesso, sta semplicemente prendendo in giro il ragazzino, ormai non lo guarda quasi più, cerca con gli occhi gli altri ragazzi e continua a fare battute. Dopo cinque minuti anche il professore si stanca di prolungare questo supplizio.

«Su dai… portami il libretto» Dice con voce sprezzante.

Il ragazzino si alza, è seduto nel fondo della classe e comincia ad attraversare la stanza, ad ogni passo sente gli occhi dei compagni che lo scrutano scostanti. Quando raggiunge la cattedra il professore toglie il cappuccio dalla stilografica e scarabocchia qualcosa; mentre lo fa dice con voce petulante: «Du-e…» Poi alza la testa e pianta gli occhi in faccia al ragazzino «Guarda…» aggiunge, «Ho sentito da un amico che l’elettricista al di là del vialone cerca apprendisti… se fossi in te ci farei un pensierino, tanto qui… ormai…»

Il ragazzino gira la testa verso la finestra, fissa per un attimo il vialone e i capannoni al di là della strada, un cielo bigio di inizio dicembre trasporta foglie triturate dal vento, oltre le fabbriche la sagoma delle prealpi innevate getta un cono d’ombra che vela il cielo.

Al ragazzino viene in mente il verso di una canzone, l’idea gli strappa un sorriso… il professore incrocia il suo sguardo e scuote la testa: «Ma hai capito che ti ho dato due o no? Ma cosa ridi? Guarda che non c’è niente da ridere. Torna al posto va.»

Il ragazzo adesso non ride più, la voce del professore è di nuovo un brusio lontano, nella sua testa il pianoforte continua a suonare accompagnando una voce sgranata e risonante.

E ti offro l’intelligenza degli elettricisti
cosi almeno un po’ di luce avrà
la nostra stanza negli alberghi tristi
dove la notte calda ci scioglierà.

Paolo Conte. Un gelato al limon

Scrivo storie da un’immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: Se ti va, iscriviti alla mailing list…

Published by excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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