Amarcord.

Dopo undici mesi, due settimane e tre giorni, torno a guidare verso la Silvana High fissando con meraviglia i dettagli di una strada che non mi sembra più così familiare. La macchina scorre lungo la Interstate 695 macinando le miglia a memoria, scivolando tra i grovigli di ponti, e rampe e intersezioni. Il traffico è scorrevole, i grossi Tir che sfrecciano su e giù dalla costa Est sorpassano la mia piccola utilitaria facendola ondeggiare; alla mia destra quartieri ordinati di un’America ordinaria si susseguono indifferenti. Io assorbo i dettagli della strada con gli occhi gonfi di sonno.

Ho passato la notte in bianco ma è tutta colpa mia perché invece di dormire mi sono riletto quasi tutte le email e circolari dell’amministrazione. Un po’ devo aver dormito però, perché conservo ricordi di sogni sbiaditi. L’Italia perlopiù, immagini impalpabili riciclate, poco originali. In un sogno il vice preside mi chiedeva in un italiano impeccabile come mai avevo deciso di trasferirmi negli Stati Uniti, era per la crisi in Italia o per la mia crisi di identità? Poi i sogni avevano cominciato ad accavallarsi e l’Italia e il Maryland erano diventati una nebbia informe.


All’uscita cinquantaquattro quasi mi dimentico di svoltare proseguendo dritto in direzione nord, verso Bel Air Maryand e poi chissà, magari a all’aereoporto internazionale di Philadelphia o addirittura a quello di Newark in New Jersey; all’ultimo sterzo bruscamente tagliando tre corsie e imbocco la rampa; un Suv con la targa del Maine strombazza infastidito, alzo la mano abbozzando un cenno di scusa, la macchina mi sorpassa sulla sinistra e sparisce oltre la curva, il clacson che continua a protestare sempre più piano.

Raggiungo il viale alberato oltre la baia e comincio a riconoscere piccoli dettagli di una vita che avevo dimenticato; il distributore di benzina Hess dove Mr. Cummings si fermava sempre a prendere il caffè, la strada leggermente in salita, il Dunkin’ dove metà degli alunni ordinavano bibitoni e harsh browns alle sette e quaranta sfidando le più elementari leggi della fisica finendo con il collezionare note di ritardo, poi la baia con i gabbiani che planano a raso sull’acqua increspata dalle onde e dalla spuma.

Quando raggiungo il parcheggio della Silvana High, l’orologio sul cruscotto segna le otto e dodici minuti, una luce rossastra taglia il vetro alla mia destra pizzicandomi piacevolmente con una luce carica di speranza. Scendo dalla macchina e mi dirigo verso l’entrata. La bandiera americana davanti all’entrata è a mezz’asta, come tutte le bandiere degli Stati Uniti del resto.

Oggi l’America si ferma a commemorare i 500,000 americani che hanno perso la vita portati via da una malattia che è ora la terza principale causa di morte negli Stati Uniti -dietro malattie cardiache e cancro, ma prima di incidenti stradali, malattie respiratorie, ictus, Alzheimer. Così si piangono i morti silenziosi che oggi hanno superato il numero di americani uccisi durante la guerra civile, la prima e la seconda guerra mondiale e tutte le guerre americane dal 1945 messe insieme. Le bandiere a mezz’asta sventolano a ricordarci che responsabilità è una parola latina e deriva dal participio passato del verbo respondere...

La stagione influenzale sta arrivando! Molte persone ogni anno, a volte oltre 100.000, e nonostante il vaccino, muoiono di influenza. Chiuderemo il nostro Paese? No, abbiamo imparato a conviverci, proprio come stiamo imparando a convivere con Covid, nella maggior parte delle popolazioni molto meno letale !!!

Donald J. Trump (@realDonaldTrump) October 6, 2020

L’atrio della Silvana High è un ammasso di sedie abbandonate e di tavoli rovesciati; l’odore di scuola, di ragazzi e di caffè, solo un leggero sentore cancellato dal sapore greve di disinfettante. Supero l’atrio con fare spaesato, come un imbucato ad una festa, giro a destra e raggiungo la mia aula.

Quando apro la porta vengo quasi subito colpito dall’odore familiare di chiuso e di umidità. Accendo la luce e fisso la stanza senza riuscire a muovermi, indugiando con meraviglia sui dettagli di una vita che non esiste più; è guardando la mia aula che forse per la prima volta percepisco nella sua interezza la drammaticità di questa pandemia, ma questa consapevolezza non porta nessun conforto.

Giro gli occhi verso la lavagna; leggo con curiosità il dedalo intricato di scritte che raccontano storie di adolescenti e di incoscienza frammista a speranza, poi mi avvicino alla bacheca che racconta di riunioni cancellate, di gite e ricordi mai vissuti; di risate strozzate… all’angolo della bacheca il poster della science committee mi fissa in tutta la sua ingenuità: una tabella che spiega in modo succinto perché non dovevamo aver nulla di cui temere da questo COVID. Tutto fermo al tredici marzo duemilaventi…

Mi muovo lungo l’aula sfiorando i banchi come se fossero ricordi, assorbendo attimi di vite e di persone che forse non rivedrò più. Quando mi sono lasciato la porta dell’aula alle spalle non potevo sapere che ci sarei ritornato dopo un anno, e molto di quello che ero forse adesso non esiste più, con buona pace del carpe diem e del nox est perpetua una dormienda.

Tutto in questa aula sembra parlare di me, di chi ero, di com’ero, poco di cosa sono diventato. Indugio con un sorriso malinconico su una scritta lasciata all’angolo di un banco.

Latin is a language,
Dead as Dead Can Be,
First it Killed the Romans,
Now It’s Killing Me.

Priscilla

scuoto la testa abbozzando un sorriso incerto, passo la mano sulla scritta, come ad accarezzarla, poi alzo l’occhio e noto la seconda scritta sull’angolo opposto, la grafia è diversa, le parole organizzate come una risposta.

All are dead who spoke it.
All are dead who wrote it.
All are dead who learned it,
Lucky dead, they’ve earned it.

Uriah

Raggiungo la cattedra e comincio a raccogliere i fogli sparsi lasciandoli cadere distrattamente nel cestino. L’orologio segna le otto e mezza, entro mezzogiorno devo sistemare l’aula perché settimana prossima, dopo un anno di lezioni virtuali, i ragazzi della Silvana High si riprenderanno la loro scuola.

Scrivo storie da un’immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: Se ti va, iscriviti alla mailing list…

Il libro HEY SEMBRA L’AMERICA è ora disponibile in tutte le librerie e principali online stores, da oggi anche su KOBO e KINDLE nella versione ebook.

Published by excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

2 thoughts on “Amarcord.

  1. Deliziose le filastrocche di Priscilla e Uriah: quella di Priscilla, grazie a una buona metrica, riesce persino nell’impresa in apparenza quasi impossibile di donare un po’ di musicalità all’inglese. Il finale di ambedue è fulminante, soprattutto quello di Uriah; ma anche la descrizione del mondo all’intorno, con la sua coloritura intimistica, trovo che sia molto riuscita.

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