Cerotti

Gentili insegnanti, il primo giorno utile per ricevere la dose del vaccino COVID-19 sarà venerdì 22 gennaio 2021. Poiché non sappiamo il quantitativo di scorte di vaccino, stiamo dividendo i dipendenti in gruppi prioritari.

«Va bene ragazzi, ci vediamo domani…» dico chiosando una lezione mediocre, di quelle che non aggiungono e non tolgono niente al latino, alla letteratura, alla pandemia, alla nostra voglia di primavera e di un nuovo inizio senza mascherine e insofferenza e hand sanitizer.

Il primo gruppo comprende i dipendenti con il più alto contatto con gli studenti: insegnanti di scuola materna ed elementare, personale delle scuole pubbliche dislocate nonché autisti e assistenti di autobus, assistenti infermieristici, lavoratori del personale degli alunni e relativi servizi, servizi di ristorazione e personale sul campo tecnologico.

Fuori dalla finestra l’American Dogewood di Mr Hamilton si stiracchia all’ombra di un sole paglierino di metà gennaio, qualche macchina sfreccia lungo la via, una vecchietta con una maschera da sala operatoria e un cappello con una visiera di plexiglass da saldatore passeggia con il cane al guinzaglio, tre joggers sfidano il freddo correndo imbacuccati in tutine aderentissime e fluorescenti…

Non appena maggiori informazioni sulla registrazione saranno disponibili, un link sarà condiviso con il personale del primo gruppo di priorità. Dopo la registrazione, il personale interessato riceverà un appuntamento o verrà inserito in una lista di attesa tramite e-mail dal dipartimento della salute della contea.

«Ok ragazzi, dai che tra qualche settimana cominciamo con le vaccinazioni, poi…» Dico mentre li invito a disconnettersi.

«Poi cosa?» Mi domanda Saphira; quasi un’ombra, la vedo appena, il viso riflesso dallo schermo del monitor, dietro di lei una fioca luce biancastra che illumina ben poco della stanza.

«Poi si tornerà a una vita umana… normale, o no?»

«Perché, lei si vaccinerà, Mr D?»

«Perché, tu no?»

Questa pandemia è come se avesse scoperchiato un ipotetico vaso di Pandora riversando nel mondo il peggio di noi; eppure continuo ad illudermi che un domani, sul fondo del vaso ritroveremo un barlume di speranza: i nostri ragazzi e i loro sogni.

«Assolutamente no…» Quoque tu Pandora?

«Motivo?»

«Non mi fido… »

Ora la classe si riconnette non solo fisicamente ma anche mentalmente; i quadratini si illuminano e poco alla volta i miei ragazzi accendono le telecamere per assistere a quello che si preannuncia come uno scontro tra Titani-c.

«Fammi capire, anche tu credi che questo vaccino sia stato sviluppato troppo in fretta e che non sia sicuro?»

«No… a dire il vero sono quasi certa che gli scienziati che hanno sviluppato questo vaccino abbiano lavorato benissimo…»

«Ah ho capito… dovremmo far vaccinare prima gli anziani, per dovere civico…» Spes ultima dea… dolce confortante ultima…

«Ma no, il vaccino c’è per tutti, solo che è sviluppato dai bianchi per i bianchi…»

«Scusa?» le domando mentre mi lascio trasportare passivamente tra concetti che affondano le radici in un medioevo informatico fatto di fili e cavi e credenze e leggende popolari di periferie lontane e arrugginite.

«Mr. D, le compagnie che hanno lavorato al vaccino mica hanno pensato a noi… l’hanno fatto per la popolazione bianca… quindi per loro funziona, ma per noi… boh…»

«Ma sbaglio o la prima persona che hanno vaccinato a New York era un’infermiera nera?»

«Ma che c’entra? Quello perché sono pure ipocriti; nel dubbio prima hanno vaccinato una persona di colore… Hanno sempre fatto così .. povera Henrietta Lacks…»

Henrietta Lacks (Roanoke, 1º agosto 1920 – Baltimora, 4 ottobre 1951) morì a seguito di un cancro all’utero. Le cellule le furono rimosse senza il suo consenso (prassi comune a quei tempi) a scopo di ricerche mediche. I ricercatori della Johns Hopkins di Baltimora si accorsero che le cellule di Henrietta si riproducevano in sole 24 ore, e per questo potevano essere trasmesse in vitro senza morire. Le cellule vennero commercializzate con il nome di HELA. Tali cellule sono ad oggi una delle più importanti e diffuse scoperte nell’ambito della ricerca medica genetica. Nel 2013, la situazione si è complicata ulteriormente dopo che il sequenziamento del DNA è stato pubblicato su di una banca dati pubblica con una violazione della privacy anche dei familiari.

«Vabbè… Ma poi non era Einstein che ha detto che siamo tutti della stessa razza… quella umana?» Le domando dopo aver accusato il colpo.

«Vero, bellissimo… intanto lui era bianco… e poi si sa che alcune patologie colpiscono i neri più dei bianchi…o i maschi più delle femmine…»

«Ma fino a  prova contraria questo virus è democratico… o no?»

«Mr D, di che colore sono i cerotti?» Mi spiazza Saphira.

«Beige…»

«E secondo lei perché sono beige?» Mi incalza trascinandomi su un terreno inesplorato come una palude buia e fredda: nebbia umida che entra nei polmoni, sferragliare di treni, lo skyline di città scintillanti che rifulgono in lontananza; qui comandano le leggi e le leggende metropolitane che si nutrono delle paure di chi si sente tagliato fuori.

«Non… lo so….» Mi arrendo sfinito, cercando un inutile conforto in un tenuissimo scio ne scire.

«Sono beige perché sono stati fatti dai bianchi… per i bianchi… devono amalgamarsi con la pelle dei bianchi… se sei nero e ti metti quel coso beige sulla pelle… beh… ogni volta che lo guardi ti ricordi che sei diverso, anzi no… che vivi in una società creata dai bianchi per i bianchi… Cerotti per i bianchi, vaccini per i bianchi… o no?…»

«Cioè, fammi capire… se un nero…»

«Non necessariamente nero… un non-bianco»

«Ok, se un non bianco si vaccina…»

«Lo fa a suo rischio e pericolo… come una cavia…»

«E tutti gli altri vaccini? Quelli antinfluenzali, quelli per il tetano, la rosolia…»

«Sono in giro da più tempo…»

«Scusa, ti dispiacerebbe accendere la luce? Non ti vedo un granché»

«È accesa, Mr. D»

«Ma è buio… non ti vedo bene.» Le dico spazientito.

«Quello è perché sono nel seminterrato.»

Ovvio…

«E perché sei nel seminterrato, scusa? Non puoi andare in sala?»

«Assolutamente no… lì c’è mia sorella…»

«Cos’è, non vai d’accordo con tua sorella?»

«Certo che vado d’accordo con mia sorella… che domande…»

«E allora?»

«Non vado di sopra perché ha preso ‘Rona la settimana scorsa dal suo ragazzo…»

Nell’estate del Duemilaventi, a seguito delle rivolte scoppiate nelle principali città americane per le proteste del movimento Black Lives Matters, Johnson & Johnson ha reintrodotto sul mercato cerotti di diverse tonalità per rispettare le minoranze etniche.

Un’importante organizzazione di ricerca biomedica ha per la prima volta accettato a ripagare finanziariamente il continuo uso sperimentale dielle cellule di Henrietta Lacks, pilastro della ricerca biologica per decenni. La Henrietta Lacks Foundation ha annunciato una donazione a sei cifre da parte dell’Howard Hughes Medical Institute (HHMI) a Chevy Chase, nel Maryland, il 29 ottobre. del 2020.

Scrivo storie da un’immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: Se ti va, iscriviti alla mailing list…

Il libro HEY SEMBRA L’AMERICA è ora disponibile in tutte le librerie e principali online stores, da oggi anche su KOBO e KINDLE nella versione ebook.

HAI LETTO IL LIBRO HEY, SEMBRA L’AMERICA? SEI UN LETTORE ABITUALE DEL BLOG? SE TI VA, LASCIA UN COMMENTO O UN FEEDBACK NELLA PAGINA DI AMAZON.IT  

Published by excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

2 thoughts on “Cerotti

  1. Splendida storia, come sempre, Sono un medico, ho utilizzato o assistito all’utilizzo di migliaia di cerotti; eppure non avevo mai pensato a quel dettaglio dei cerotti (ovviamente) color crema finché non ho visto il mio primo piede diabetico in un immigrato cinquantenne del Ghana. Ed è stata anche per me un’improvvisa illuminazione; ma ho dismesso il pensiero subito perché altri moncherini di piedi devastati dal diabete mi attendevano.
    In quanto alla storia di Henrietta, né io (me ne vergogno e rimedierò), né i miei professori di un tempo lontano abbiamo mai raccontato l’iarrogante ingiustizia della quale fu oggetto; eppure quella storia, a noi paludati lettori di Lancet e del New England Journal of Medicine, era nota. Spero che in università le cose cambino su questo e inizierò io per primo: una minima riparazione dopo decenni e una goccia nel mare magnum dell’ingiustizia, ma non per questo meno importante.

    Like

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: