Crestomazia del 2020

In questi giorni di vacanza sto rileggendo le storie della collana ventiventi isolandone pensieri, frasi e stralci di suggestioni, come in una crestomazia sui generis. La crestomazia in realtà è una raccolta di passi scelti di diversi autori, una specie di antologia. Giacomo Leopardi ne ha scritte due, una per la prosa e una per la poesia. Le due crestomazie di Leopardi sono lì a dimostrare che anche gli autori minori hanno saputo scrivere qualche briciola di perfezione inzuppata in centinaia di migliaia di fogli di carta che si sono persi nell’oblio. Come a ricordarci che la bellezza è solo una sensazione fugace, un lampo che abbaglia rischiarando per pochi attimi le nostre vite.

E così, tra questa immensità…

«Annegandomi in un giocondo naufra­gio»

Quaresimale di Paolo Segneri.

Vi lascio con le frasi che ho scritto nella collana VentiVenti a cui sono rimasto più affezionato e vi do appuntamento a lunedì 11 gennaio. Se ne avrete voglia, io ci sarò.


I filosofi ragionano della luna, i poeti cantano della luna, i miei alunni e gli astronauti pragmaticamente allunano. Un grande balzo per la razza umana, non per la sua humanitas.

Live by the sun love by the moon

Saremo una decina in sala professori, ma c’è un silenzio indi­gesto cullato dal ronzio del frigorifero. In questa stanza che ricorda tanto una sala d’aspetto di una stazione di periferia, ognuno è convinto di essere lì di passaggio.

(Veni, vidi visa. Lezioni di new economy)

La Fama esiste ancora, ha solo cambiato forma. Non è più un mostro alato, perché non le serve più volare, oggi la Fama è fatta di monitor e fili e microfoni e videocamere nascoste, non si muove nel cielo ma nella rete, tra le pieghe dei social media e come duemila anni fa sparge il dubbio sotto forma di fake news. La Fama dice quello che vogliamo sentire, e si nutre delle nostre paure.

Rumors e Rumori

I ragazzi che si diplomeranno quest’anno alla Silvana High school sono nati nel duemilauno, l’anno delle torri gemelle, hanno frequentato le scuole elementari durante la più grave crisi dopo il Ventinove e si diplomeranno nell’anno della più grave pandemia del nuovo millennio. Di sicuro avranno sviluppato gli anticorpi.

Solitudine non è essere soli è essere vuoti

Il mio quartiere ha un’anima e si muove seguendo ritmi e tempi scanditi da una quotidianità di cui ho sempre ignorato l’esistenza. È nella quotidianità, quella cui si dà spesso poca importanza che quasi sempre troviamo le piccole vite fatte di piccole cose. Non cose piccole.  

La malinconia è noia diventata leggera

È lunedì sedici marzo e per la prima volta da settembre sono a casa in un giorno di scuola. Mi aggiro sperduto tra le mura di casa illuminate da un sole che non riconosco.

Il tempo resta, siamo noi che passiamo.

Il quartiere sembra muoversi a scatti, torturato dal caldo dirompente di un’estate che sta tradendo un’ora alla volta tutte le sue promesse. L’America è intrappolata in questo incubo di mezza estate cercando inutilmente di risvegliarsi e ritrovare le sue certezze. Siamo confusi, qualcuno forse è anche arrabbiato, di certo molti sono spaventati 

America, ciascuno sia speranza a se stesso

Oggi lo so, il Maryland è più vuoto; l’America è più vuota. Se n’è andato il poeta delle piccole cose: case modeste con il profumo di meat loaf che filtra delicatamente dalle storm windows. Cadillac cromate che attraversano sobborghi  dimenticati, un autolavaggio, qualche buco sulla strada e  poco più. Un’America rurale dove la tristezza degli ultimi inciampa nella miseria e nell’emarginazione e la dignità delle piccole vite che tirano avanti con il minimum wage viene mortificata dalle logiche spietate di un mondo senza humanitas.

L’America delle piccolo cose

Ho la barba ispida e le occhiaie di nottate passate a correggere e a mandare e-mail nel vano tentativo di stanare Lucignoli reali intrappolati in scatole cinesi virtuali. Psichedeliche città dei balocchi dove in un tripudio di snapchat, youtube e Call of duty, le ore, i giorni, le settimane passano come tanti guizzi di luce vivida che non illuminano un bel niente.

La fortuna è un vetro sottilissimo

Ci facciamo virtualmente belli, secondo i precetti dei social media che grazie al distanziamento sociale hanno fatto uno spillover tracimando nelle nostre vite realmente virtuali. I nostri Avatar vincenti, ci restituiscono immagini di professionisti impeccabili, integerrimi educatori, novelli Quintiliani che annoverano tra i loro discepoli studenti alla stregua di Plinio il Giovane, Tacito, e chissà… magari anche Domiziano. In quanto a ‘Lessico familiare’ nessuno è da meno: le mamme sono tutte Cornelie che accudiscono i Gracchi, , i padri una schiera di San Giuseppi che intagliano legni della Galilea. Chi invece vive da solo è un eremita delle scritture, un saggio dedito a una vita intimista nella quale coltivare il dono del silenzio.  Naturalmente tutti abbiamo riscoperto antichi hobbies che la vita frenetica impediva di coltivare e così nella chat room è tutto un tripudio di IERI… giardinieri, romanzieri, carpentieri… o ISTI… collezionisti, artisti, animalisti.

Esistenze impalpabili come lacca per capelli

Il primo giorno di scuola ha un odore ben definito: sa di estate ingiallita come carta velina che si mischia all’odore del bianchetto e dei gessetti e dei detersivi e della cera che i bidelli hanno sparso profusamente lungo corridoi che saranno calcati da centinaia di piedi adolescenti, irriverenti e impazienti. E poi c’è l’odore dei nostri alunni, odore di salsedine e di oceano, odore che irrompe e sfonda gli argini e si mischia a quello di bucato, di speranza e di opportunità, di quella voglia di non voler fare pur volendo fare.

Insegnare alle ombre

A quanto pare mentre l’America continua a scannarsi su come e cosa diventare, noi insegnanti ci adattiamo ai nuovi tempi. A Washington si dibatte animatamente di piani di riapertura, di secondo stimolo economico, di falsi positivi, di rivolte sociali e di brogli elettorali; noi insegnanti dal canto nostro facciamo spallucce e ci trasformiamo a seconda del caso in tecnici del suono, youtuber, psicologi e terapeuti, trapezisti, hacker, mefistofelici esperti della fibra ottica, esperti della censura… non per altro, perché quando si ha a che fare con trentadue adolescenti che ti fissano, beh… qualcosa ti devi pur inventare.

Womxn questione di vocali

Un trapezista, un aerist, ecco chi sono… volo da un trapezio all’altro nei bordi di zoom, e Google meet e Microsoft team, cercando di non cadere, sapendo che se cado possenti reti elastiche mi faranno rimbalzare tra gli applausi degli spettatori per tornare nuovamente dove sono adesso, a fissare l’autunno riflesso in un gruppo di alunni che hanno perso la scuola, quella vera, che sono a casa da sei mesi e due settimane, ma trovano ancora la forza di accapigliarsi anima e corpo su tutti gli ismi e gli isti di questo mondo.

Americanismi

‘Mama’ Google guida i miei alunni con fare spiccio e un po’ ruvido; gli ricorda come tradurre Cesare, come si fa a vivere e come si fa a morire, quali sono i rimedi naturali per curare l’acne e quali sono state le cause che hanno permesso a George W Bush di diventare presidente degli Stati Uniti dopo il riconteggio delle schede elettorali nello stato della Florida. Mama Google è una compagna discreta, perché dà risposte senza fare domande, senza filtri passa tutto, senza giudicare, e poco importa se quelle risposte siano giuste o sbagliate, in fondo l’ha detto anche Cesare che gli uomini sono inclini a credere a ciò che vogliono.

Mama Google

Le domande si susseguono in un turbinio di cerchi concentrici senza sosta e io continuo a rispondere senza risparmiarmi poi, finalmente, in un ultimo guizzo di lucidità, comprendo nella sua interezza la scena di Guerre stellari, il ritorno dello Jedi, quella in cui Yoda continua a rispondere stremato alle incalzanti domande di Luke finché, sfinito, gli occhi traballanti, la voce rotta dalla stanchezza, pur di non sentirlo più, si gira sul fianco e muore.

DiscrimiNazione Americana.

All’interno c’è odore di scuola, di mattina morbida e pastosa come burrocacao. Nell’angolo alla sinistra della segreteria due ragazzi seduti su una panchina si tengono per mano, evitano accuratamente di incontrare gli sguardi, lasciando che siano le mani attorcigliate a vedere e sentire per loro.

Anche nel dolore v’è un certo decoro

La lascio piangere a distanza; perché dal suo quadratino lontano non posso neanche abbracciarla, perché da quel quadratino lontano le sue lacrime virtuali fanno meno male, perché quelle lacrime a distanza non hanno odore, perché dall’inizio di questo nuovo anno scolastico a distanza è già il terzo burnout a cui assisto.

Un tè a Persepoli.

Published by excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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