discrimiNazione americana

Questa mattina, quando sono uscito per prendere il bidone della spazzatura, Mr Hamilton mi è venuto incontro con fare allarmato. Indossava una vestaglia di flanella sgualcita, due borse sotto agli occhi raccontavano dell’ennesima notte passata a sorseggiare bourbon con ghiaccio e qualche foglia di menta stando rannicchiato sul divano del soggiorno.

«Mr D» mi aveva detto con voce trafelata, «Ho appena saputo che… che per votare non possiamo andare alla scuola elementare in fondo alla via, dobbiamo andare nella scuola superiore a ridosso del raccordo anulare.»

«Tanto votiamo per posta, o no?» gli avevo risposto abbandonando il bidone vuoto davanti alla porta che dà sul retro.


«Mr D, mi sta ascoltando?» mi domanda Saphira riportandomi a questo mercoledì di metà ottobre, gli occhi neri che fissano con intensità la videocamera, due orecchini di legno scuro che formano spirali intricatissime, la pelle scura che restituisce un’immagine di freschezza e gioventù sbarazzina.

«Come no…» Rispondo continuando a fissare la finestra.

Nell’ultima settimana il quartiere ha nuovamente cambiato pelle; giornate sempre più corte e scrosci di pioggia improvvisa che strappano foglie dagli alberi spennacchiati, un autunno incipiente che sa già di Halloween ed elezioni. Le foglie giallo zafferano e rosso pompelmo, come di riflesso, hanno cominciato a tappezzare i viali e gli yards delle townhomes che poco alla vota si stanno popolando di zucche e teschietti e ragnatele e mostri gonfiabili a ricordarci che al di là della pandemia, se proprio non c’è vita, almeno c’è speranza.

I viali e gli yards delle townhomes che poco alla vota si stanno popolando di zucche, e teschietti e ragnatele e mostri gonfiabili

La traduzione del quarto libro del De bello gallico è sempre più lontana, ma ormai, dopo sette mesi che siamo a casa da scuola facendo finta che sia normale insegnare da un computer, stare un’ora in coda per entrare al supermercato, fare decine di lavatrici mescolando mascherine di stoffa e mutande, forse siamo diventati un po’ più impalpabili, come fumo grigio che si disperde nei cieli bianchi sporchi d’azzurro.

Dal canto suo Saphira non mi dà tregua: «L’altro giorno» -dice- «per una ricerca di educazione civica volevo mettere la foto di un neonato nella copertina del mio Power Point, allora sono andata su Google e ho digitato neonati… beh la prima schermata mostrava foto di neonati bianchi, con gli occhi azzurri… »

«Quindi?» Le domando con voce asciutta, fingendo di non capire, cercando inutilmente di svignarmela con Cesare che sta salpando per la Britannia.

«Viviamo in un mondo pensato dai bianchi per i bianchi, non c’è diversity ma tanta, troppa discrimination

«La discriminazione, di per sé sta alla base della democrazia…» Dico fingendo di parlare senza prestare attenzione, «semmai il problema è diametralmente opposto.»

«Nel senso che…?» Le fa eco Soraya

«Nel senso che non discriminiamo abbastanza, o peggio discriminiamo male.»

Gli studenti, si sa, sono segugi raffinatissimi capaci di fiutare incongruenze come fossero tartufi bianchi nella valle del Metauro; così i miei ragazzi si protendono curiosi verso la telecamera dei loro laptop, come se per un trucco fantascientifico da Guerre Stellari, volessero in qualche modo travalicare i monitor ed entrare nel mio soggiorno.

«Mr…» sussurra Eunice, mettendomi a fuoco filtrando la sagoma del mio viso dai suoi occhi blu oltremare «D… » Poi non aggiunge altro, stremata.

«Discriminazione è una parola latina, giusto?» Domando ai miei ragazzi già pronti a marciare compatti in fila per sei col resto di due…

I miei studenti annuiscono dai loro quadratini, come a dire: E allora?

«Viene dal termine discrimen che letteralmente significa discernimento, nel senso di scelta consapevole, vox media quindi. In sostanza è un ragionamento deduttivo che ci spinge a valutare, o a soppesare per poi poter discernere. La discriminazione, quella vera, è quindi un percorso raffinatissimo dell’intelligenza ed è insita nell’animo umano per cui… tecnicamente… noi passiamo la vita a discriminare; lo facciamo quando usiamo Netflix, quando andiamo da Starbucks quando andiamo in mensa…»

I ragazzi adesso non si limitano più a sentire la mia voce che gracchia dalle casse dei loro laptop, adesso forse mi ascoltano, e allora mi sento un piccolo Seneca circondato da Neroni virtuali che assaporano le mie elucubrazioni americane; poi Keylee scrive nella chat:

Mr.D ma perché Cesare salpa per la Bretagna? Non poteva andarci a piedi?

E io d’incanto scivolo giù dal mio cavallo del trionfo finendo con la faccia per terra, tra le foglie color pompelmo e zafferano, la folla astante ai lati della strada sbraita mentre un sapore di terra vermiglia mi riempie la bocca.

Sto per discriminare in senso piatto, poi mi sforzo di rimanere attaccato alla mia immagine istituzionale di Mr D magnanimo e solidale: «Perché la Bretagna è l’attuale Great Britain, come dice il nome stesso.»

«Appunto» Dice Kaylee, «Mica è un’isola…»

Un vento gelido si alza dalla cucina trasportando cristalli di neve che sembrano arrivare direttamente da chissà quale inferno dantesco. Kaylee è seria, questo lo so. Il mio studente medio snocciola dati scientifici come se fossero filastrocche di Gianni Rodari, sa risolvere problemi di analisi uno come se fossero cruciverba del Corriere dei Piccoli, poi però non conosce altro mondo all’infuori dell’America, e in fatto di geografia, politica, storia ed economia non discrimina affatto, più che America first, America only.

Con calma e umiltà, mi sfilo i panni di filosofo e infilo un grembiule da pedagogo lasciandomi trasportare da una lezione da sussidiario del libro Cuore, rendendomi solo ora conto che i risultati del test di Latin AP dei miei alunni dello scorso anno sono lì a dimostrarmi che si può tradurre il De bello gallico ignorando beatamente dove si trovino la Gallia, e i Belgi e la Britannia.

Soraya, Keylee, Eunice, Sam… cominciano a inondarmi di domande che spaziano dalla storia alla geografia, all’attualità fino allo spelling di principle (principio) e principal (preside) chiedendomi se vi sia un nesso. Io rispondo con calma impaziente. L’Italia no, non è un’isola, la Spagna sì, confina con la Francia, Haiti per essere povera purtroppo è povera ma no, non si trova in Africa, Conan il barbaro no, non aveva nulla a che fare con le guerre di cui parla Cesare e no, in Italia non votiamo il primo martedì di novembre e a dirla tutta non votiamo di martedì ma nel weekend (cosa che tra l’altro i miei alunni trovano alquanto bizzarra in quanto per gli americani il fine settimana è sacro.)

Le domande si susseguono in un turbinio di cerchi concentrici senza sosta e io continuo a rispondere senza risparmiarmi poi, finalmente, in un ultimo guizzo di lucidità, comprendo nella sua interezza la scena di Guerre stellari, il ritorno dello Jedi, quella in cui Yoda continua a rispondere stremato alle incalzanti domande di Luke finché, sfinito, gli occhi traballanti, la voce rotta dalla stanchezza, pur di non sentirlo più, si gira sul fianco e muore.

Vis tecum sit

Scrivo storie da una immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: un paese in disequilibrio perenne tra la ricerca di giustizia sociale, politiche del consenso, e la non-etica del capitalismo incipiente. Hey! sembra l’America  vuole raccontare attraverso le storie di una classe di ragazzi e del suo professore, quello che l’America è ma non sa di essere. Se ti va, iscriviti alla mailing list…

Il libro HEY, SEMBRA l’America uscirà in tutte le librerie il 19 novembre. Chi lo ha acquistato in anteprima dovrebbe riceverlo nel mese di ottobre. Per chi fosse interessato ad ordinarlo, può farlo in qualsiasi libreria o cliccando QUI

Published by excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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