‘Mama’ Google

Il bus numero otto, quello che dal porto di Baltimora sale verso nord fino all’università, corre senza passeggeri. Di tanto in tanto incrocia altri bus deserti, ai loro volanti autisti con le mascherine che assomigliano a pirati al timone di vascelli fantasma.

Qualcosa si è rotto nell’America ottimista e spensierata. Lo si percepisce scrutando tra le pieghe di una quotidianità che da troppo tempo ha smesso di specchiarsi nella superficialità di piccole cose scontate ma sicure.

Lo si capisce passeggiando nei food courts dei centri commerciali che assomigliano a carcasse vuote dove i clienti si aggirano spaesati, confusi nel guardare tavoli accatastati, cibo avvolto in confezioni sterilizzate.

Con il passare dei mesi la novità ha ceduto il passo alla paura, la paura allo sconforto e lo sconforto all’abitudine. Ci si è abituati a stare a casa, a ridurre i contatti umani, a studiare davanti a un monitor fissando le proprie immagini riflesse dalle app di zoom e Google meet e Microsoft, trattenendo il respiro per delle elezioni incipienti che sanno tanto di regolamento di conti.

I miei alunni hanno assorbito questa realtà come solo gli adolescenti e le spugne sanno fare: inzuppandosi senza risparmiarsi, con slancio e incoscienza e adesso, a sei mesi dalla chiusura delle scuole, a un mese dalla riapertura di quelle virtuali, a venti giorni dalle elezioni presidenziali, cominciano a rilasciare acqua putrida che forse racconta qualcosa di noi.

Come in un telefono senza fili, abbiamo risposto fischi per fiaschi. I ragazzi ci chiedevano certezze e noi gli abbiamo dato rivolte razziali e hand sanitizer, ci chiedevano normalità e gli abbiamo dato una crisi economica e mascherine, ci chiedevano umanità e gli abbiamo dato una scuola a distanza.

Che mangino brioches

Quando questo virus passerà, le nostre azioni rimarranno sul fondo di questa storia come cenere color ardesia, fredda, in una brace ormai consumata.

Una mosca vola bassa ronzando senza sosta, prendo la mira e picchio con forza. La manco.

Quando apro gli occhi i miei studenti mi fissano dai loro quadratini; l’orologio alla destra dello schermo segna le otto e un quarto.

«Ragazzi» dico, la voce colpevole di chi sa di aver divagato, «avete finito la traduzione?»

Cesare, De belllo gallico, libro III paragrafo 18.

Soraya scosta una ciocca di capelli neri dalla fronte e legge dal quaderno che fa capolino dagli angoli dello schermo. La traduzione è lineare e scivola via come acqua tiepida sulle mani; è una storia di tradimenti e di imbrogli giustificata da Cesare con il solito cinismo degli uomini di polso, dei generali risoluti:

In genere, gli uomini sono inclini a credere vero ciò che desiderano.

Cesare, De bello Gallico. Paragrafo 18 del libro III

«Anch’io credo solo in quello che vedo, non di certo in quello che spero.» Aggiunge Soraya mentre gli occhi neri riflettono tramonti fiochi, nuvole bianche e altipiani in lontananza e moschee che rifulgono sotto il sole paglierino di ottobre.

Soraya si fa chiamare ‘La principessa di Persia’ come se fosse un ossimoro, perché nella vita reale non parla mai per frasi fatte, perché la Persia non esiste più. Suo padre lavora al centro di stoccaggio di Amazon a Sparrow point, la madre fa la parrucchiera a domicilio, pochi soldi e pochi fronzoli.

Soraya è la regola che non contempla eccezioni, sono tutti così i miei alunni. Ieri, mentre parlavamo del metu mortis, il tema filosofico sulla paura della morte, Sam ha detto che settimana scorsa ha visto il filmato di un uomo che è morto in un incidente stradale. Indossava una body cam, la moto sfrecciava, una macchina gli ha tagliato la strada, poi c’è stato il botto, la camera si è librata in cielo, poi l’immagine è rimasta fissa e immobile tra gli arbusti.

«E tu? Cos’hai provato?» gli avevo domandato con un senso di disagio.

Era seguito un silenzio interminabile, poi Sam aveva fatto spallucce: «Boh… io non lo so. » aveva detto.

La mia generazione è cresciuta a televisione e merendine, questi ragazzi a Youtube e tofu. La mia curiosità si è nutrita scegliendo programmi dalla Guida TV sull’ultima colonna del Corriere della Sera, i miei alunni?

Lemme google it.

‘Mama’ Google guida i miei alunni con fare spiccio e un po’ ruvido; gli ricorda come tradurre Cesare, come si fa a vivere e come si fa a morire, quali sono i rimedi naturali per curare l’acne e quali sono state le cause che hanno permesso a George W Bush di diventare presidente degli Stati Uniti dopo il riconteggio delle schede elettorali nello stato della Florida. Mama Google è una compagna discreta, perché dà risposte senza fare domande, senza filtri passa tutto, senza giudicare, e poco importa se quelle risposte siano giuste o sbagliate, in fondo l’ha detto anche Cesare che gli uomini sono inclini a credere a ciò che vogliono.

«Ragazzi, che ne dite se domani facessimo lezione al parco? Naturalmente indossando le mascherine. Sarebbe bello vedersi di persona, senza computer… in fondo… noi non ci siamo mai visti di persona. Se vi va scrivo una email alla preside, vediamo cosa dice… che poi tanto indossiamo le mascherine.. e poi come dicevano anche gli antichi romani: Semel in anno licet insanire... una volta all’anno si può fare una pazzia… »

I ragazzi mi guardano con avidità, forse anche con un briciolo di speranza, già mi fingo nella mente un quadretto bucolico, un’Arcadia americana dove io e i miei alunni seduti tra la vegetazione del nuovo mondo disquisiamo di Cesare, di gloria e di onore, mentre uccelli esotici planano sulle nostre teste facendo la spola tra il campo e la palude, dimentichi per un attimo di questa pandemia di questa…

«Hey Mr D… aspetti un attimo… domani pioverà… e pure parecchio» sbotta Kaylee, capelli biondi, un sorriso irriverente, di chi la sa lunga.

«Sei sicura?»

«Certo! L’ha detto Google.»

Scrivo storie da una immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: un paese in disequilibrio perenne tra la ricerca di giustizia sociale, politiche del consenso, e la non-etica del capitalismo incipiente. Hey! sembra l’America  vuole raccontare attraverso le storie di una classe di ragazzi e del suo professore, quello che l’America è ma non sa di essere. Se ti va, iscriviti alla mailing list…

Il libro HEY, SEMBRA l’America andrà in stampa questa settimana e uscirà in tutte le librerie il 19 novembre. Chi lo ha acquistato in anteprima dovrebbe riceverlo nel mese di ottobre. Per chi fosse interessato ad ordinarlo, può farlo cliccando QUI

Pubblicato da excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

2 pensieri riguardo “‘Mama’ Google

  1. Bellissima questa breve storia, secondo il mio povero giudizio una della Sue migliori: scritta con eleganza, con la rappresentazione plastica in poche pennellate di un neomondo desolato che l’Europa ha conosciuto nei mesi scorsi e forse conoscerà ancora, magari a macchia di leopardo, nelle imminenti settimane; con il bellissimo ” et quod fere libenter homines id quod volunt credunt”, pregnante rappresentazione dei nostri tempi; e con quel finale fulminante, che illumina benissimo la distanza tra mia, generazione del XX secolo, e le nuove nate nel XXI.
    Affascinante anche il personaggio di Soraya, persiana dagli occhi sognanti che studia la lingua del secondo nemico storico, dopo i Greci, del suo popolo. Mi sono sempre chiesto se avvenga sul serio che negli USA una fanciulla nera scelga di studiare Cesare. Oppure che lo faccia una fanciulla persiana, come in questo caso: per lei, in fin dei conti, Cesare dovrebbe solo essere il compare di un signore straricco al quale i suoi antenati hanno dato una sonora lezione militare nel 55 a.C.; al massimo un degno rappresentante di coloro che (anche se mancava ancora un secolo a Tacito) “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”. Soraya esiste sul serio negli USA? Gli ex-vichinghi del Minnesota ignoravano cosa fosse stata Roma.

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    1. Caro Mauro,commenti come questi mi spingono ad alzare ulteriormente l’asticella. Qui ci tenevo solo a ringraziarLa, perché come ho scritto in tempi non sospetti, sono orgoglioso ed onorato di annoverarLa tra i miei lettori. Ad ogni modo una risposta così vale la pena di passare qualche ora a scrivere una storia alla settimana. Per una risposta più strutturata, mi riprometto di mandarLe una email al più presto.

      MdM

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