Americanismi

Un sole introverso di inizio ottobre filtra dalla finestra svegliandomi un attimo prima che la sveglia cominci a suonare. Sono le sette meno un quarto, il Maryland si stropiccia controvoglia, lo sento stiracchiarsi dalla finestra, sgambate di podisti con il fiatone, vecchietti in ciabatte e calzini con il cane al guinzaglio, odore di uova fritte e caffè nero bollente.

Nel controviale Mr. Hamilton innaffia il giardino del backyard fissando distrattamente il cielo indaco. L’America è esausta, assomiglia a un bambino così stanco da sembrare isterico. Stanca di stare ore in fila per entrare al supermercato, stanca di vedere gente a spasso, che di lavoro ce n’è davvero poco, stanca del secondo aiuto economico ancora intrappolato dalle lotte politiche del Campidoglio, stanca di vedere i figli a casa, che le scuole, almeno quelle pubbliche, hanno abdicato rifugiandosi in un mondo virtuale, fatto di ombre

Mi alzo dal letto controvoglia, fa freddo. Scendo in cucina e mi preparo un caffè mentre controllo distrattamente la lezione che dovrò insegnare tra mezz’ora. Dalle casse dello stereo Glenn Gould suona Beethoven, i colori giallo pastello d’autunno che vengono riflessi dalla finestra cercano di rincuorarmi mentre l’odore di caffè comincia a disperdersi nella cucina. Fisso distrattamente l’orologio appeso alla parete, ho ancora tempo; che poi tra un mese dobbiamo anche spostarlo un’ora indietro l’orologio, a dire il vero molti di noi vorrebbero spostarlo un mese avanti… al quattro novembre, a dopo le elezioni…

Torno a leggere i miei appunti: la lezione di oggi, almeno sulla carta sembra essere una passeggiata, a piece of cake, come direbbero i miei alunni: traduzioni scelte del primo libro del De bello Gallico.

Gli alunni americani adorano Cesare; la sua prosa lineare li rassicura, il suo carisma da generale risoluto e vincente li ispira, non come Virgilio che risulta inconcludente quando racconta con rassegnazione le lamentele di Titiro e Melibeo o del pius Enea che a furia di ripetere ai suoi quel dannato wait for it non sa farsi rispettare nemmeno non dico da Didone, ma neppure dall’ultimo sguattero delle sue navi. Cesare no, lui si erge carismatico come un George Washington sul Rubicone.

Alle otto i miei studenti cominciano a popolare i loro quadratini. I loro nomi adesso hanno anche delle facce sfumate che a volte mi sembrano addirittura espressive.

Sam, maglietta sudicia, basette lunghe, una serie di bestie impagliate che fanno capolino da un soggiorno di legno scuro, si materializza nel primo quadratino.

Eunice Bateman, capelli ricci e rossi, occhi blu oltremare, un sorriso che alla prima sembra supponente fa capolino da una cameretta lilla addobbata con poster pieni di scritte fitte e indecifrabili.

Michael, capelli fini fini, lineamenti scolpiti, braccia larghe, decine di coppe e medaglie abbandonate sulle mensole.

Soraya, lunghi capelli neri, una tazza di tè nero fumante, carnagione olivastra, sorriso malizioso, sprigiona dalle pupille mesmeriche mondi lontani che riflettono i fondali del Tigri e dell’Eufrate.

Kaylee, capelli biondi, un sorriso irriverente, di chi la sa lunga, si connette senza smettere di masticare una gomma fissando il cellulare poggiato maldestramente sulle ginocchia.

Saphira, capelli neri neri, ricci ricci, grandi orecchini di legno con motivi africani, labbra lucide di un rosso rubino, denti bianchissimi e regolari e la pelle scura fresca di giovinezza e di mattino si connette da quello che sembra essere un seminterrato.

Alle otto in punto Cesare comincia a raccontarci del triumvirato gallico, del suo fallimento e del conseguente suicidio di Orgetorige. Noi pendiamo dalle sue labbra. Il quartiere alle mie spalle dondola dalla finestra restituendomi la serenità di un indian summer dal retrogusto amarognolo: cieli azzurri, clima mite, illusioni di un’estate che non durerà, che è già finita.

Poi Eunice o forse Soraya rompe l’incantesimo e sbotta: «Questo Cesare non si può leggere… è un colonialista, maschilista, nazionalista…»

Dovrei dire qualcosa, ma rimango in silenzio, arrendendomi prima di cominciare, pensando a tutt’altro, nello specifico all’imperfezione del finale del Vangelo secondo Marco che finisce con… infatti. Finisce proprio così, con Marco che dice:

Le donne una volta uscite dal sepolcro piene di timore fuggirono via e non dissero niente a nessuno perché avevano paura infatti.

Marco, 16:8

Punto.

Nel giro di pochi secondi mentre sto ancora pensando a Marco, perdo la classe, perdo la mattina, perdo Cesare e la lezione prende una deriva -ista nella quale ogni studente sfoggia un ismo e un isto, o entrambi.

Scopro, che gli ist in America sono vari ed assortiti, come i Donuts glassati e ben allineati nelle vetrine di Dunkin’. Ci sono i colorist, persone che odiano persone di altri colori, da non confodersi con i racist, ci sono gli ableist, persone che odiano i disabili, oltre ai più convenzionali fascist, socialist e communist.

E pensare che in Italia al tempo dell’università avevo fatto il filo a una colorista per settimane appostandomi davanti al salone di bellezza su Corso Regina Margherita. Ogni Giovedì sera, mentre il sole si eclissava dietro la chiesa della gran Madre, al termine della classe di paleografia latina facevo un salto dal manuale del Cencetti alle pagine di Chi e Cronaca Vera.

Et exeuntes fugerunt de monumento; invaserat enim eas tremor et pavor, et nemini quidquam dixerunt, timebant enim.

Marcus 16:8 VULG

Mi alzo dalla sedia in punta di piedi, verso un po’ di caffè americano ormai tiepido nella tazza sbrecciata, quando torno a sedermi la mia classe sta ancora riempendo la chat di zoom, di ismi.

L’America è esausta, assomiglia a un bambino così stanco da sembrare isterico…

Se fossi stato un latinista, a quest’ora sarei in qualche università del New England ad analizzare tabelle e compendi.

Se fossi stato un idealista, forse sarei nel mezzo della discussione sugli ismi, osannato dagli studenti isti, con un piglio da Catone l’uticense.

Virtù non sei che una parola!

Un oriole si poggia delicatamente sul davanzale, il becco giallo, il petto di un arancione che sfuma nel rosso pompeiano. Picchia sui vetri, chiama me, anzi no, anche lui vuole dire la sua sugli ismi.

Un trapezista, un aerist, ecco chi sono… volo da un trapezio all’altro nei bordi di zoom, e Google meet e Microsoft team, cercando di non cadere, sapendo che se cado possenti reti elastiche mi faranno rimbalzare tra gli applausi degli spettatori per tornare nuovamente dove sono adesso, a fissare l’autunno riflesso in un gruppo di alunni che hanno perso la scuola, quella vera, che sono a casa da sei mesi e due settimane, ma trovano ancora la forza di accapigliarsi anima e corpo su tutti gli ismi e gli isti di questo mondo.

Comincio a volergli bene a questi ragazzi, mi sa che mi stanno fregando di nuovo, una lezione alla volta.

L’americanismo parte dalla convinzione che gli Stati Uniti influiscano positivamente sulla cultura, la società e lo stile di vita. Politicamente, è la posizione ideologica favorevole al liberalismo statunitense e in opposizione al comunismo e al nazifascismo

Scrivo storie da una immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: un paese in disequilibrio perenne tra la ricerca di giustizia sociale, politiche del consenso, e la non-etica del capitalismo incipiente. Hey! sembra l’America  vuole raccontare attraverso le storie di una classe di ragazzi e del suo professore, quello che l’America è ma non sa di essere. Se ti va, iscriviti alla mailing list…

sembra l’America uscirà il 19 novembre in tutte le librerie. Se vuoi puoi ancora acquistarne una copia in prevendita.

Pubblicato da excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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