Le cose sono difficili perché non osiamo.

Per me la scuola è fissare la finestra mentre i miei compagni fanno qualcosa. C’è sempre qualcosa da fare a scuola; un compito da finire, una risposta da dare, una battuta da capire per poter poi ridere come tutti gli altri.

Il ragazzo cammina a piedi sotto la flebile luce dei lampioni a lato di White Oak, poche macchine sfrecciano illuminando a intermittenza la carreggiata alzando spruzzi d’acqua e fango.

Non piaccio agli insegnanti, non per altro, perché sono fatto di un vetro smerigliato che non riflette nulla.  

Quando il ragazzo raggiunge il campo ha i pantaloni inzuppati e le scarpe coperte di fango. Il complesso sportivo, un edificio costruito a ridosso della scuola è trascurato, con l’erba che cresce a ciuffi. Normalmente a quest’ora ci sarebbero decine di ragazzi intenti a correre e a gridare, macchine lungo il parcheggio e decine di genitori seduti su sedie pieghevoli con i cellulari in mano.

A quanto pare ‘Rona si è portato via anche questo.

Entrare in classe per me è sempre stato un po’ come scendere giù in un oceano blu cobalto; inabissarsi un metro alla volta fino a raggiungere il banco adagiato sul fondale e da lì ascoltare i suoni della classe che arrivano attutiti insieme alle vite degli altri ragazzi che si riflettono guizzando sul filo dell’acqua.

Sul fondo invece tutto rimane calmo. Adoro l’acqua e i suoi silenzi.

Il ragazzo raggiunge gli spalti deserti e si siede nell’ultima fila di gradinate imbacuccato nel parka nero con il cappuccio tirato in testa. A qualche decina di metri il suo fantasma corre da solo sul campo deserto sfidando il freddo e l’umidità. Fatica non poco a mettere a fuoco la sua immagine che si confonde con le prime ombre della sera, poi si ricorda che quel ragazzo che corre non è sul campo, ma solo nella sua testa.

Adesso che la scuola si fa al computer tutto è diventato più facile: mi connetto, dico ‘presente’ poi fisso gli alberi fuori dalla finestra; nel frattempo il mio quadratino trattiene il respiro per cinquanta minuti, in apnea, come quando Mr Rogers, il mio coach di nuoto mi chiede di fare due vasche sott’acqua. Con il passare dei minuti la lezione prosegue in remote learning e nessuno si ricorda più di me. Ci sono troppe cose importanti di cui dobbiamo preoccuparci, e di uno come me ci si scorda quasi subito.

Il paesaggio intorno alla Silvana High sembra lunare; le piante gonfie di umidità protendono i rami secchi al cielo blu oltremare e i volatili planano impazziti lungo la cresta della collina a ridosso della palude in un’aria vibrante e surreale. Tutto intorno è silenzio. Il ragazzo seduto sugli spalti sembra un golem senz’anima.

All’inizio non mi piaceva nuotare. Ricordo che d’inverno le labbra mi diventavano subito blu e dopo gli allenamenti rimanevo per mezz’ora sotto il getto d’acqua bollente incapace di muovermi, di pensare. Poi, una bracciata alla volta, questa cosa è cresciuta dentro di me. Se a scuola ero impacciato, confuso, disperso, nell’acqua ero finalmente libero di muovermi e di esprimermi e i miei risultati sportivi accatastati sulla mensola della mia camera da letto sono lì a ricordarmelo: in una vita precedente ero un delfino. L’anno scorso ho vinto i campionati della contea e quelli dello stato, saremmo dovuti andare a  Seattle per le gare nazionali a maggio, poi è scoppiata la pandemia.

Il ragazzo allunga una mano nella tasca dei pantaloni e prende una sigaretta dal pacchetto stropicciato. La fa girare tra le dita per qualche secondo poi la stringe tra le labbra e l’accende distrattamente con un accendino di plastica inalando la prima boccata di ossigeno e tabacco. Non dovrebbe fumare, si dice, poi si ricorda che non ci sono più gare, piscine, medaglie, trasferte, rivincite, vittorie… allora aspira con rabbia lasciando che il fumo si faccia strada nella trachea e nei polmoni. Le maggiori università americane hanno cancellato le borse di studio per meriti sportivi e adesso lui non ha più una direzione. Pare che la gente perbene sia contenta che gli atleti non potranno accedere alle borse di studio, come se fare sport agonistico sia una colpa. Chi da grande diventa avvocato, professore, infermiere, commercialista quando torna a casa guarda gli atleti solo per ricordarsi che nella vita qualcuno non si è dimenticato come si fa a volare…

Questa mattina nella classe di Mr.D abbiamo tradotto una lettera che Seneca ha scritto al suo amico Lucilio, e una frase mi è rimasta impressa: ‘Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili.’ Mi sono allenato per dodici anni tutti i pomeriggi dalle tre alle sette, in palestra e in piscina, con la febbre, con il mal di pancia, mentre il mondo degli altri adolescenti passava indifferente. Ho cenato di corsa, con i capelli induriti da troppi shampoo, cercando di finire compiti che spesso non avevano senso e galleggiavano sparsi in qualche meandro della mia testa leggera nell’acqua ma tremendamente pesante nell’aria. Ho forgiato i miei muscoli e la mia mente nel dolore e nel sacrificio di esercizi interminabili, allenando la fatica con l’allenamento, un centimetro alla volta, fissando il cemento delle mattonelle umide di cloro, sognando altre medaglie, altre vittorie.

Il raccordo anulare è intasato in entrambi i sensi di marcia. Le macchine, ordinatamente incastrate sembrano minuscoli tasselli di un Tetris perfetto. Visto dagli aerei che rollano sul Baltimore Washington International airport, sembrano un immenso, maleodorante monolite luccicante disteso lungo tutta la tangenziale. E poi continua a piovere. Una pioggia densa, violacea, carica di benzene e priva di direzione. Il ragazzo tira ancora un paio di boccate dalla sigaretta, poi la fa cadere ai piedi della panchina e la schiaccia con la punta della scarpa destra.

Chissà, forse nella prossima vita tornerà ad essere un delfino.

Gli atleti americani di età compresa tra i 15 ei 29 anni hanno visto i loro piani sconvolti dalla pandemia di coronavirus. Quasi il 20% afferma che le loro borse di studio sono state posticipate o annullate. Molte famiglie temono che non saranno più in grado di sostenerli se la crisi economica persisterà.

Scrivo storie da una immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: un paese in disequilibrio perenne tra la ricerca di giustizia sociale, politiche del consenso, e la non-etica del capitalismo incipiente. Hey! sembra l’America  vuole raccontare attraverso le storie di una classe di ragazzi e del suo professore, quello che l’America è ma non sa di essere. Se ti va, iscriviti alla mailing list…

Hey, sembra l’America uscirà il 19 novembre in tutte le librerie. Se vuoi puoi ancora acquistarne una copia in prevendita.

Pubblicato da excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

2 pensieri riguardo “Le cose sono difficili perché non osiamo.

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