America, the beautiful

Martedì otto settembre, prima ora. Dopo settantotto giorni, quindici ore e quaranta minuti di inerzia scandita da pomeriggi dilapidati davanti a Youtube, distanziamento sociale, mascherine griffate, fughe a Ocean City con la famiglia, tensioni sociali, statue divelte, diatribe politiche e neanche una caraffa di CocaCola o un cestino di popcorn da sgranocchiare nei multisala chiusi per Covid, la mia nuova classe si presenta davanti allo schermo per la prima lezione del nuovo anno scolastico.

Ventisei quadratini silenziosi impersonano con alterne fortune altrettanti studenti guardinghi. L’unica parvenza umana sono io e la mia immagine riflessa nello schermo, o forse no… Dovrò imparare tutti i nomi e provare ad appiccicare pure qualche faccia, un po’ alla volta.

Riprendo la traduzione del libro primo del ‘De bello Gallico’ in un silenzio surreale. Dalla strada giungono rumori di quartiere a metà servizio, forse qualcuno dall’altra parte dello schermo sta prendendo appunti, chissà… Intanto io e Cesare continuiamo a descrivere la Gallia e i suoi abitanti; i Belgi sono gagliardi in quanto sono i più lontani dalla raffinatezza e dalla civiltà della provincia, e molto raramente i mercanti si recano da loro a portarvi quei prodotti che servono ad effeminare gli animi.

«Come oggi in America…» si intromette una voce baritonale, greve che gracchia dalle casse…

«Chi ha parlato?…» Domando passando in rassegna i quadratini che mi scrutano dal monitor, quando come d’incanto un quadratino si illumina restituendomi la faccia di un ragazzo paffutello, come un putto diventato adolescente, con due basettoni castani, una maglietta non proprio immacolata, un sorriso fatto di denti piccoli e due occhi sottili, da furetto.

«Ho parlato io,» dice la faccia inscritta nel quadratino, sotto, come se fosse una figurina Panini degli anni Settanta, leggo il nome: Samuel Hill.

«Samuel, come in America cosa?»

«Tutti mi chiamano Sam» precisa il putto. «Effemminata… vede Mr
D, quello che ha detto Cesare è quello che sta succedendo qui da venti anni a questa parte… anzi trenta…»

Il silenzio dicono che è d’oro, ecco in questo caso il silenzio che segue dopo le parole di Sam non solo non è d’argento, ma neanche di bronzo, è piuttosto un silenzio d’argilla.

Sam ci prende gusto e continua a parlare: «Un tempo eravamo orgogliosi di essere chi eravamo, americani liberi, senza paura. Mio nonno nel 1985 ha comprato il K10 Outsdoor della Chevrolet, e con la macchina gli hanno regalato un fucile Wincester modello 94… Vai a farlo oggi e ti ritrovi centinaia di persone a protestare davanti alle concessionarie…»

È l’America sconfinata, fatta di case modeste, un giardino pieno di lamiere, e macchine abbandonate con la vernice scrostata, e staccionate con il legno sbrecciato…

Ecco, c’è una pandemia, sono a casa da marzo, non vedo nessuno da sei mesi, non so come andrà a finire… se finirà… ci mancava solo il nostalgico degli anni Ottanta. Rimango in silenzio per un minuto buono, non per altro, solo perché non so cosa dire.

Sam nel frattempo si gode il suoi cinque secondi di celebrità. Giro istintivamente gli occhi verso la porta, chissà… forse Cesare verrà a bussare  in compagnia di Pompeo per dirmi con voce solenne che Crasso è morto e che mi devo scapicollare a Roma per istituire un nuovo triumvirato.

Maryland, ore otto e cinquantadue, la strada sotto casa è desolantemente tranquilla, le prime foglie cambiano colore, comincia a fare freddo, soffia un vento tiepido da nord, oggi pomeriggio pioverà, di Cesare sotto la porta di casa mia neanche l’ombra…

«Spunto interessante, Sam.» Dico con fare istituzionale, «non sai quanto mi hai fatto pensare…» Non una parola di più, al massimo due di meno.

Se non altro il primo nome, Samuel Hill, adesso ha anche una faccia e probabilmente a casa anche un fucile a pallettoni. Proprio vero che il buongiorno si vede dal mattino.

Rara felicità dei tempi in cui è lecito pensare ciò che vuoi, e dire ciò che pensi

Tacito

Scrivo storie da una immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: un paese in disequilibrio perenne tra la ricerca di giustizia sociale, politiche del consenso, e la non-etica del capitalismo incipiente. Hey! sembra l’America  vuole raccontare attraverso le storie di una classe di ragazzi e del suo professore, quello che l’America è ma non sa di essere. Se ti va, iscriviti alla mailing list…

Hey, sembra l’America uscirà il 19 novembre in tutte le librerie. Se vuoi puoi ancora acquistarne una copia in prevendita.

Published by excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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