Insegnare alle ombre

” Bambino,- chiese – perché piangi? “.

Peter educatamente si alzò e le fece un bell’inchino; Wendy rispose, rimanendo nel letto.

” Come ti chiami? ” le chiese lui.

” Wendy Darling. E tu? “.

” Peter Pan “. (…)

” (…) sei un bambino. Ma tua mamma? “.

” Non ho mamma “.

” Piangevi per questo, allora! Mi spiace, Peter! “.

” Ma no! – disse lui con una certa impazienza – Piangevo perché non riesco ad attaccarmi la mia ombra. E poi non piangevo! “

 “Peter Pan” di James Matthew Barrie.

Dall’inizio della pandemia e da quando abbiamo iniziato a pianificare la riapertura delle scuole, abbiamo indicato che avremmo lavorato con i funzionari sanitari della contea per assicurarci di seguire la guida fornita da loro e dai Centers for Disease Control and Prevention. La sicurezza e la salute dei nostri studenti e del personale sono sempre state le nostre massime priorità.

La fila di Walmart, simile alla coda di un dragone fatta di clienti con le mascherine colorate e griffate incede lentamente. Queste mascherine sembrano raccontare qualcosa di noi, c’è chi patriotticamente sfoggia quella con la bandiera americana, chi più prosaicamente preferisce quella con il logo dei Baltimore Ravens, la squadra di football e chi si affida a scritte motivazionali o a battutacce di dubbio gusto. I carrelli sterilizzati e semivuoti seguono placidamente i loro clienti che si mantengono a rigorosa distanza sociale di sei piedi.

Il 27 agosto, il governatore ha indicato che i sistemi scolastici in tutto lo stato sono ora autorizzati a riaprire, ma dobbiamo comunque assicurarci di poterlo fare in sicurezza. In questo momento, stiamo ancora procedendo con una riapertura virtuale, a partire dall’8 settembre, ma inizieremo immediatamente a esaminare il nostro piano per incorporare modelli ibridi già creati che includono un piano graduale per il ritorno di piccoli gruppi di studenti negli edifici scolastici.

La signora davanti a me, una donna di mezza età con una mascherina con la scritta Black lives matter, spinge il carrello e raggiunge la cassa. Infilo il cellulare in tasca e avanzo verso l’adesivo che mi segnala la distanza sociale.  

Mentre implementiamo questo approccio graduale a piccoli gruppi, continueremo a valutare l’implementazione e aggiungeremo gruppi di studenti fino a quando tutti non saranno tornati a scuola. Questa operazione richiederà tempo, ma promettiamo di tenervi informati. Continuate a controllare il sito e i messaggi che invieremo alle famiglie e al personale tramite il nostro sistema di notifiche telefoniche.

La mail dell’ufficio centrale assomiglia a una grida manzoniana: un profluvio di gerundi e gerundivi per poi dire che si ricomincerà là dove ci eravamo lasciati: davanti a un monitor.

Intanto fuori piove, una pioggerellina di fine estate carica di umidità che si appiccica ai vestiti. Salgo in macchina e mi mischio al traffico nevrotico delle sei. Alla radio è un parlare incessante di scuole che non riaprono, di ragazzi allo sbando, di insegnanti sindacalizzati.

La pioggia spinta dal vento spazza il quartiere sferzandolo con un vento caldo e umido che bagna i vetri delle finestre. Raggiungo casa e corro verso l’entrata coprendomi la testa con il sacchetto della spesa. L’autunno in Maryland può essere traditore, giornate con cieli cristallini alternate a piogge monsoniche umide e appiccicaticce che inzuppano i vestiti e grattano le cromature delle macchine.

Abbandono la spesa per terra e mi siedo davanti al computer, carico il registro elettronico e faccio scorrere nuovamente i nomi degli studenti a cui dovrò insegnare quest’anno, ragazzi che vedrò solo sullo schermo, facce bidimensionali, storie piatte come questi tempi, ombre senza dignità. Leggo i nomi uno alla volta, cercando di creare un legame, uno straccio di empatia, nulla, non ci riesco.

Le scuole hanno chiuso venerdì tredici marzo. Dovevano riaprire subito dopo le vacanze di Pasqua, poi ad aprile, poi a maggio poi… mai. Siamo a casa da venticinque settimane, centosettantacinque giorni, e sedici ore. Un’attesa snervante dettata dall’incertezza, dai bollettini di guerra, di infettati e morti e feriti, di proclami e controproclami. Nel frattempo qualcuno di noi si è anche ammalato e ancora adesso stenta a capire dove e quando è stato contagiato… toccando una maniglia, prendendo il carrello al supermercato, scambiando due chiacchiere con il vicino di casa. La scuola come sempre è il male minore, il terreno imperfetto dove vomitare tutta la frustrazione e la rabbia e l’inadeguatezza di questi mesi. Così, dalle aule di tribunale, ai talk show televisivi fino alle aule del campidoglio è un profluvio di annunci e proclami che iniziano sempre con la stessa protasi: ‘I nostri ragazzi’…

Il primo giorno di scuola ha un odore ben definito: sa di estate ingiallita come carta velina che si mischia all’odore del bianchetto e dei gessetti e dei detersivi e della cera che i bidelli hanno sparso profusamente lungo corridoi che saranno calcati da centinaia di piedi adolescenti, irriverenti e impazienti. E poi c’è l’odore dei nostri alunni, odore di salsedine e di oceano, odore che irrompe e sfonda gli argini e si mischia a quello di bucato, di speranza e di opportunità, di quella voglia di non voler fare pur volendo fare.

Come glielo spieghi al contribuente che un insegnante a casa il primo giorno di scuola è costretto a guardare dritto negli occhi la sconfitta, ma non la sua, quella della società, che prima non ha saputo dargli risposte e adesso lo biasima. Chi insegna non lo fa quasi mai per soldi, lo fa per ritrovare quegli odori malinconici che sanno di giovinezza e di opportunità.

Il primo giorno di scuola l’estate bussa fuori dalle finestre illudendoci di non essere finita, con il sole di settembre che arroventa le lamiere mentre noi dentro aule inadeguate fingiamo di sentirci intarppoloati tra banchi e cattedre. E poi il primo giorno di scuola è fatto di giochi di sguardi, come allo specchio. Gli insegnanti studiano i nuovi studenti che a loro volta studiano loro… è un impercettibile palpitio fatto di movimenti studiati, come in una partita a scacchi… anche questa è la scuola di settembre che per una pandemia che non abbiamo né creato né contribuito a creare ci è stata tolta. Non ci lamentiamo, ci limitiamo a fare quello che ci dicono di fare…

‘Hey, Mr D., thanks for all you did for me… I am what I am today becuase of you…’ Kenzie.

‘Dear Kenzie, do not blame me, I tried my best!’

E allora, che un altro anno scolastico abbia inizio…

Il libro Hey, sembra l’America, edito da Battaglia edizioni, sarà in tutte le librerie italiane il 19 novembre, per chi ha creduto in questo progetto e ha acquistato il libro in anteprima, il libro arriverà a ottobre, siamo in stampa… Dovevamo raggiungere quaranta copie per poter essere distribuiti da messaggerie libri e promossi da Goodfellas e abbiamo ampiamente centrato l’obiettivo e di questo oggi voglio ringraziare tutti coloro che hanno voluto acquistare una copia del libro in prevendita, tanto quelli che mi hanno scritto quanto quelli che l’hanno acquistato e basta, se oggi questo progetto va avanti è grazie a voi…

Irene, collega e amica… una delle prime lettrici…

Antonio L da Torino…

Adelchi, alunno di Mrs. B

Elisa con cui ormai venti anni fa ho girato Torino in lungo e in largo con una risma di fogli… per una storia mai pubblicata…

Anna Maria che dalla Toscana è riuscita anche a leggere un libro che avevo scritto più di dieci anni fa…

Federico, che ho lasciato alunno e ho riscoperto Collega 🙂

Gerarda, alunna di Mrs. B…

Roberto, a cui ho già promesso una cena al ristorante cinese di Desio… se eiste ancora…

Giuliana, che non vedo l’ora di salutare di persona, in compagnia di Mrs. B.

Giorgina e Diego, i miei lettori ‘inglesi’

Silvio e Cristina, nella speranza di vedervi presto qui a Baltimore…

Mauro di Milano, persona raffinatissima, cittadino europeo orgoglioso e convinto che mi ha tenuto compagnia quest’estate con delle email che conserverò gelosamente.

Maria Teresa, nella speranza di vederci di persona in Italia, magari la prossima estate…

Vittorio da Torino per il quale ho finito gli aggettivi…

Margherita… dai, che poi festeggiamo con una bella cenetta 🙂

Adriano, il mio Prof del liceo, il mio ‘role model’…

Mrs. Gu… a cui non so più che favore chiedere 🙂

A mamma… aka Mrs. B.

A Miriam….

Un ringraziamento speciale va a John C Mclucas che ha scritto la prefazione al mio libro… grazie Arbiter elegantiae…

A tutti coloro che lavorano presso Battaglia Edizioni, in particolarev a Lorenzo… è stato un onore fare questo pezzo di strada con voi…

A chi ho dimenticato…

A tutti gli altri lettori che hanno deciso di acquistare il libro nell’anonimato…

Scrivo storie da una immaginaria high school americana. Una storia ogni domenica sera, come un diario a episodi che rivela pagina dopo pagina, l’America nascosta: un paese in disequilibrio perenne tra la ricerca di giustizia sociale, politiche del consenso, e la non-etica del capitalismo incipiente. Hey! sembra l’America  vuole raccontare attraverso le storie di una classe di ragazzi e del suo professore, quello che l’America è ma non sa di essere. Se ti va, iscriviti alla mailing list…

Pubblicato da excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

2 pensieri riguardo “Insegnare alle ombre

  1. Grazie, gentile Me. D, per avermi citato in modo così lusinghiero. In quelle parole sulle emozioni delle scuole che rinascono a nuova e ignota vita, nonostante tutto, ho riletto le stesse emozioni degli insegnanti italiani e francesi che conosco. Non devono solo essere emozioni della civiltà comune che ci unisce attraverso l’Atlantico: mi ha costretto a pensare che, al di là di tutti i ridicoli nazionalismi, quelle stesse emozioni, così ben pennellate con pochi “strokes” (non mi viene di getto un sinonimo italiano) siano le stesse nello Yunnan o sull’altopiano iranico o in uno slum di Accra. Sono felice di rileggerLa perché mi costringe a pensare.

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