America, ciascuno sia speranza a se stesso.

Il sole filtra dalle serrande ravvivando il pavimento di quercia scura del soggiorno con nastri di luce guizzante. Alla TV un uomo sta parlando davanti alle telecamere, sembra un attore di una commedia plautina, la pelle flaccida, le gote incipriate, la voce nasale, un marcato accento del sud: ‘tenere chiuse le scuole farà molti più danni del coronavirus. Francia, Germania, Danimarca, Austria, Vietnam… Perfino il Vietnam ha riaperto le scuole.’

Mi alzo dal divano e mi dirigo lentamente verso la cucina, le finestre di casa con le serrande abbassate sembrano resistere a fatica ai raggi dirompenti di questo sole di metà luglio che sta bruciando il quartiere senza scaldarlo; alla tele l’uomo continua a parlare: ‘So che alcune persone in buona fede non sono d’accordo con me e le rispetto. Ma ci sono alcuni individui che vogliono tenere chiuse le nostre scuole perché pensano che ciò dia loro un vantaggio politico. E usano i nostri figli come pedine politiche, e a loro, dico spudoratamente che possono baciarmi il culo.’

Mi giro verso la tele, vorrei spegnerla, ma il telecomando è rimasto sul divano e non ho voglia di tornare indietro, a dire il vero non ho voglia di fare niente.

Bonjour finesse.

Raggiungo la macchinetta del caffè e mi verso una tazza di liquido nero ormai tiepido, poi apro la porta che dà sul backyard e mi siedo sugli scalini.  Fa caldo, un caldo di Maryland umido che mi imperla la fronte e mi pizzica le guance.

Il quartiere sembra muoversi a scatti, torturato dal caldo dirompente di un’estate che sta tradendo un’ora alla volta tutte le sue promesse. L’America è intrappolata in questo incubo di mezza estate cercando inutilmente di risvegliarsi e ritrovare le sue certezze. Siamo confusi, qualcuno forse è anche arrabbiato, di certo molti sono spaventati e come se non bastasse ad oggi tanto noi insegnanti quanto i genitori non sappiamo se a settembre torneremo in classe o se lavoreremo a distanza, dettagli…  

Proteggo la fronte dai raggi del sole appoggiando il palmo della mano aperto, come una visiera. Mr. Hamilton sta potando l’american dogwood con un paio di cesoie con le lame che scintillano ai raggi baluginanti del sole; è talmente concentrato con i muscoli protesi ai rami che non si è accorto di me. La cosa non mi dispiace, a furia di vivere da reclusi abbiamo finito col diventare allergici ai contatti umani. Finisco di sorseggiare il caffè e rimango seduto ancora un po’ a respirare l’aria arroventata inghiottendo umidità. Le scuole forse non riapriranno, si parla di didattica a distanza, al massimo di una soluzione di compromesso non meglio precisata, ma è poi così importante a questo punto? Anche questa volta la scuola è lo specchio della società, incertezze all’orizzonte.

L’America è nervosa, lo si capisce dai piccoli dettagli che si nascondono tra le smagliature della quotidianità, delle nostre insignificanti vite di quartiere, piccoli scorci di esisteze che ci restituiscono spaccati di verità che di vero hanno ben poco.

Il postino arranca dal fondo della via, deposita lettere e avanza stancamente. Raggiunge casa mia, svuota una fascetta di scartoffie nella cassetta delle lettere e riprende a camminare. Mi alzo senza entusiasmo, cammino rasente al muro e raccolgo la posta: la mia compagnia di assicurazione medica mi rassicura che il mio piano prevede anche le cure e i test per il coronavirus, la banca mi rassicura: vista l’attuale situazione, i pagamenti a tre mesi delle carte di credito sono congelati, la compagnia di assicurazione sulla vita mi rassicura: nel caso di morte per coronavirus i premi verranno pagati regolarmente, anche il governo mi rassicura: tutti i fellow Americans riceveranno soldi extra dal pacchetto di stimoli. Il resto è pubblicità, una del cimitero rionale, grandi sconti per chi acquista oggi un lotto, la USA carry, associazione per la promozione del porto d’armi che mi invita a un corso d’aggiornamento, tutto andrà bene, mi rassicura, ma non si sa mai.

Ecco, forse è questo che ci rende nervosi: più le istituzioni si ostinano a dirci che andrà tutto bene, che dobbiamo stare calmi, più abbiamo paura che le cose non andranno poi così bene: siamo la classe media, siamo ipersensibili, nevrotici, e fiutiamo il vento del cambiamento un impercettibile attimo dopo che ha virato al peggio.

Torno nel backyard e mi trovo davanti Mr. Hamilton, la fronte imperlata da gocce di sudore, un bicchiere stracolmo di ghiaccio e gin in mano, mette a fuoco un punto imprecisato dietro di me e comincia a parlare: «Quando mia moglie e io abbiamo iniziato a frequentarci più di venti anni fa, passavamo le serate d’estate sdraiati nella sua camera da letto per ore, tenendoci per mano, parlando delle nostre vite, delle nostre speranze e dei sogni ascoltando Fade into you dei  Mazzy Star in sottofondo.  Me lo ricordo bene quell’album, è stato il primo CD che judith mi ha regalato; era il Novantaquattro, eravamo all’ultimo anno di scuola e ci amavamo centimetro per centimetro. Tre mesi dopo è diventata mia moglie. Ricordo che il primo anno di matrimonio maledicevo i lunedì e quando finivo di lavorare in ufficio mi scapicollavo a casa e passavamo la sera sul divano a sorseggiare Zinfandel della California mentre le sfioravo la nuca con i polpastrelli. Mr. D, ma dico io: questo ‘rona non poteva capitare allora? Quando ero felice? Quando non ero solo?»

Non rispondo, non sono mai stato bravo a consolare la gente, così mi siedo sugli scalini e riprendo la mia tazza di caffè ormai vuota. Il quartiere è un brusio scomposto di motori dell’aria condizionata che ronzano senza sosta, Mr. Hamilton mi dà le spalle e se ne va senza salutare. Resto seduto ancora qualche minuto, svuoto il bicchiere con un sorso secco facendo finta che sia Gin, poi entro in casa illudendomi che al di là della porta sia già autunno.

Judith Caroline Hamilton se n’è andata in punta di piedi nell’estate del Duemiladiciotto, dopo una breve malattia.

The summer days are gone too soon

You shoot the moon

And miss completely

And now you’re left to face the gloom

The empty room that once smelled sweetly

Of all the flowers you plucked if only

You knew the reason

Why you had to each be lonely

Was it just the season?

Norah Jones, shoot the moon

Grazie a tutti gli amici che hanno sostenuto il progetto acquistando in prevendita una copia di Hey, sembra l’America dal sito di BE. Ci tenevo a farvi sapere che abbiamo raggiunto (e superato) le quaranta copie che ci eravamo prefissati e che il libro verrà promosso da goodfellas e distribuito da Messaggerie. Chi volesse ancora acquistarne una copia in prevendita, può farlo cliccando sul link, per chi l’ha già acquistato, il libro dovrebbe arrivare a settembre, siamo in fase di impaginazione… grazie per la pazienza. Mr :- D

Pubblicato da excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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