Esistenze impalpabili come lacca per capelli

Solo il venti per cento degli esseri umani possiede il senso dell’ironia – il che significa che l’ottanta per cento del pianeta prende tutto seriamente. Non riesco a immaginare qualcosa di peggio. Okay, forse sì ci riesco, ma immaginate di leggere il giornale del mattino credendo che sia tutto vero, in qualche misura.

Douglas Coupland, J pod.

Onorabilissimi Colleghi,

mentre continuiamo a navigare a vista in queste acque torbide, la social commitee è lieta di invitarvi a un evento virtuale mondano per questo venerdì pomeriggio. Gli insegnanti interessati sono pregati di connettersi alla zoom conference con un cocktail e un vestito elegante consono all’evento. Nell’happy hour virtuale potremo scambiare quattro chiacchiere in compagnia dei nostri amati colleghi cercando di restare vicini durante queste ristrettezze di distanza sociale.

Nella speranza di vedervi numerosi,

Un caro saluto dalla social committee della Silvana High.


Finisco di leggere l’e-mail storcendo il naso. A parte lo stile ridondante della missiva, trovo l’espressione ‘amati colleghi’ un ossimoro di cattivo gusto che mi strappa anche un sorriso amaro.

La social committee, al di là del nome altisonante che lascerebbe presagire un consiglio direttivo di decine di membri, è in realtà composta da due tartarughe raggrinzite: Mr. Reder e Ms. Gaudeman; due carcasse di insegnanti che continuano a rimandare il pensionamento dai tempi delle guerre Civili Americane.  Secondo i più informati, la somma dei loro anni eguaglierebbe quella di Abramo nel libro della Genesi.

Lo statuto della Social Committee consiste nel promuovere attività ricreative per lo staff della scuola al fine di cementare lo spirito di collaborazione e l’amicizia tra colleghi. Ai fatti è un bisogno sociale da espletare una volta al mese sotto forma di attività ricreative quali gite, pic nic, concerti, passeggiate in montagna e feste in occasione di matrimoni o nascite di pargoli di uno dei dipendenti della scuola, quelle che nei paesi anglosassoni chiamano showers. La maggior parte dei docenti subisce le attività con agrodolce spirito fantozziano, odiando il fatto che le suddette attività finiscano sempre con il sottrarre minutaggio al tempo libero, ma al tempo stesso ansiosi di fare bella figura agli occhi dei colleghi.

L’iscrizione alla social committee ha un costo di cinquanta dollari all’anno ed è rigorosamente facoltativa. Per quel che ne so, siamo tutti facoltativamente iscritti, anche perché disertare equivarrebbe ad ammettere apertamente la propria indole misantropa, comportamento non proprio gradito nella cultura americana dove una società egocentrica vede in questi elementi di aggregazione sociale un momento catartico dove correggere le derive individualiste. E così da queste parti è tutta una profusione di social committees: ci sono quelle di quartiere, quelle dei genitori, quelle dei compagni del circolo e quelle del lavoro.


Venerdì mi connetto indossando una camicia azzurra e un paio di jeans appena stirati mentre stringo in mano un Bloody Mary che sa tanto di ragù al retrogusto di vodka.

John Reder, un uomo minuscolo, occhiali a culo di bottiglia, un completo di lino cremisi, baffi bianchi e pelle raggrinzita dalle sfumature giallastre si limita a sorridere sornione introducendo la sua collega, Ms.  Kathy Gaudeman, una donna alta quasi uno e novanta, corpo rinsecchito, poca pelle a ricoprire le ossa spigolose, due borse sotto agli occhi blu cobalto freddi come il cielo del Massachusetts. Kathy prende la parola dicendo di essere commossa nel vedere un’adesione così numerosa, chiedendo al tempo stesso, quasi distrattamente, chi non si è presentato…

Non indosso una camicia da almeno un mese, l’idea di essermi tagliato la barba, aver fatto una doccia per presentarmi decente a questo cocktail docenti mi fa stare bene, e dopo i primi sorsi di Bloody Mary mi sento addirittura euforico nel vedere i quadratini di zoom che ospitano i miei colleghi.

Gli insegnanti, si sa, sono a modo loro attori mancati, buffe macchiette abituate a recitare monologhi in classi stipate di adolescenti annoiati. E come tutti gli attori, anche gli insegnanti sono in qualche modo capricciosi; così adesso nessuno ha intenzione di far capire di essere contento di vedere gli odiati amati colleghi; per mantenere il punto, fingiamo di partecipare controvoglia, anche se in realtà siamo solo un gruppo di anime recluse in casa da settimane, avide di relazioni sociali, perfino di quelle a basso costo offerte dalla social committee.

Dapprima teniamo il punto, bevendo senza profferire parola, masticando arachidi del discount, sedendo e mirando interminati spazi di là dello schermo, e imbarazzati silenzi e profondissimo disagio, ma poi un sorso alla volta la lingua si scioglie… e così uno per uno cominciamo a socializzare bofonchiando qualche monosillabo, come vecchi furgoni diesel ancora a freddo, poi, piano piano, mentre il rhum, il bourbon, e il gin si sciolgono nelle vene, imbocchiamo l’autostrada Logorrea e finiamo con il parlarci sopra salvo poi chiedere scusa in un eccesso di educazione.

– Figurati collega, ti ho interrotto, finisci pure –

-Ma no, caro collega, continua tu –

E finiamo con l’incartarci ancora di più, in una sequela di convenevoli rispettosi.

«Ieri i miei ragazzi hanno partecipato alla lezione di Google con un tale trasporto» sta dicendo Ms.Whittle, quella che la maggior parte degli alunni della Silvana High chiama con il non proprio edificante epiteto di chatterbox, la cornacchia chiacchierona.

Nel complesso, ognuno a modo suo sta proponendo un’immagine si sé virtualmente rivalutata, nella quale ai successi dell’insegnamento a distanza, si aggiungono quadri di vita familiare bucolici.

«L’aspetto più bello dell’insegnamento a distanza» sta dicendo Mr.Thompson, una moglie anemica e tre figli di sei mesi, due e quattro anni, «è che posso finalmente passare più tempo con la famiglia senza dover trascurare il lavoro… ieri mentre insegnavo davo il latte alla bambina… è stata un’esperienza dolcissima».

Ci facciamo virtualmente belli, secondo i precetti dei social media che grazie al distanziamento sociale hanno fatto uno spillover tracimando nelle nostre vite realmente virtuali. I nostri Avatar vincenti, ci restituiscono immagini di professionisti impeccabili, integerrimi educatori, novelli Quintiliani che annoverano tra i loro discepoli studenti alla stregua di Plinio il Giovane, Tacito, e chissà… magari anche Domiziano. In quanto a ‘Lessico familiare’ nessuno è da meno: le mamme sono tutte Cornelie che accudiscono i Gracchi, , i padri una schiera di San Giuseppi che intagliano legni della Galilea. Chi invece vive da solo è un eremita delle scritture, un saggio dedito a una vita intimista nella quale coltivare il dono del silenzio.

Naturalmente tutti abbiamo riscoperto antichi hobbies che la vita frenetica impediva di coltivare e così nella chat room è tutto un tripudio di IERI… giardinieri, romanzieri, carpentieri… o ISTI… collezionisti, artisti, animalisti.

Poi, verso le otto e venti, quando siamo ormai tutti alticci e le nostre bugie sociali stanno diventando limacciose come un intruglio di fango e argilla, Mr. Cummings chiede la parola e se ne esce dicendo che il governatore ha confermato che le scuole rimarranno chiuse per il prosieguo dell’anno scolastico.

Nella stanza virtuale cala un silenzio simile a un drappo di velluto rosso e polveroso. Qualcuno si disconnette senza salutare, altri continuano a sorridere con aplomb britannico, nessuno parla, non per altro, perché non sa cosa dire.

L’attenzione di tutti viene catalizzata dal quadratino di Mr.Thompson che, seduto con gli occhi densi come panna montata, non si è accorto che alle sue spalle si sta avvicinando una donna emaciata con in braccio un bambino e adesso… a vedere meglio… trascinando un altro bambino che le si è letteralmente avvinghiato alle caviglie.

La donna raggiunge Mr. Thompson toccandolo delicatamente sulla spalla: «Amore ne hai per molte?» Domanda con tono remissivo. Assomiglia a Olivia, la fidanzata di Braccio di ferro, con i capelli raccolti in un dimesso chignon e le braccia lunghe e striminzite coperte da una vestaglia incredibilmente lunga. «Ci sarebbe da cambiare Judith che ha fatto la pupù e poi cucinare… Scusatemi» dice rivolgendosi a tutti noi che la fissiamo dai nostri quadratini, con i vestiti della festa «sono anemica… e tanto… tanto stanca».

Mr.Thompson si alza con stoicismo americano mentre, raccogliendo il bicchiere tracanna l’ultimo sorso di Bourbon come se fosse cicuta e si disconnette senza salutare.

Rimaniamo immersi in un malinconico e viscoso silenzio al quale Ms.Gaudeman pone una decorosa fine, calando sui gelidi tasti una mano leggiera che mette fine alla videochiamata.

„Ho fatto delle cazzate e delle cose buone nella vita, ma tutto è svanito da sé, ed eticamente credo di essere una persona abbastanza ordinaria, uno come gli altri. Le tue Giovanna d’Arco e i tuoi Superman non si vedono spesso in giro. Il mondo è fatto perlopiù di quelli come me, che arrancano. Ecco cosa fa la gente – arranca, arranca, arranca. Anche se venire a patti con il fatto che sono come tutti gli altri mi deprime, il dolore è alleviato dalla sicurezza che mi dà il sapere di essere parte della specie umana”.

Douglas Coupland, Il ladro di gomme.

Ex cathedra, una storia alla settimana, ogni domenica sera. Se non sei ancora iscritto inserisci la tua email qui sotto.

https://www.battagliaedizioni.com/libro/hey-sembra-l-america/

Pubblicato da excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

6 pensieri riguardo “Esistenze impalpabili come lacca per capelli

    1. Grazie 🙂 io non vivo da così tanto tempo negli States e ad ogni modo per certe cose i sobborghi della mia contea mi ricordano la Brianza… Per quanto riguarda l’Antologia di Spoon River beh… mi sento lusingato alla sola idea di venir accostato a un testo tanto autorevole, troppa grazia, davvero.

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