La fortuna è un vetro sottilissimo.

Maryland, 27 aprile,

Dopo cinque settimane da reclusi ormai non facciamo neanche più caso ai pigiami, ai letti disfatti, ai capelli per aria e a quel mondo cancellato dai decreti federali che si affaccia di rimbalzo dai quadratini di Zoom e Google Meet e Skype. Lo chiamano distanziamento sociale. A scuola, il luogo di socializzazione per eccellenza

Fortuna vitrea est; tum cum splendit, frangitur.

«Uriah, ti va di tradurla?» domando retoricamente.

«A dire il vero no…» Replica Uriah dal suo quadratino di Zoom.

La classe virtuale adesso si risveglia da un uggioso mercoledì che si era trascinato pigramente fino a questo momento, quello che da queste parti chiamano class incident.

«In che senso?» domando sperando di non aver capito, facendo finta di non aver capito, davvero non capendo.

«Tanto anche se traduco… che differenza fa?»

«In che senso?» Insisto, come a volermi fare del male.

«Nel senso che tanto alla fine ci promuovete tutti… per via di questa situazione… allora a che serve tradurre se alla fine prenderemo tutti lo stesso voto? Cui prodest?»

Beh… una domanda non è più una domanda se si sa già la risposta…

Life’s a game where they’re bound to beat you and time’s a trick they can turn to cheat you
And we only waste it anyway and that’s the hell of it
.

The hell of it. Paul Williams.

Da una paio di settimane Sarah si diverte a incorniciare le mie uscite con citazioni riciclate da pezzi musicali… la scorsa settimana mi ha tormentatto con gli anni Novanta, questa settimana ha optato per un musical degli anni Settanta…

«Suvvia Mr. D. Uriah fa il permaloso» si intromette Kenzie con fare paternalistico; «gliela do io la traduzione… vediamo…ah ecco… semplice… fortuna è vetro, nel momento in cui la luminosità, viene frantumato»

La luminosità… viene frantumato…

«Mr. D? Visto?  E lei non dice niente? Kenzie ha usato Google… e pure male… la traduzione corretta è: La fortuna è come un vetro, quanto più brilla tanto più si può spezzare… senza contare che fortuna in latino è vox media e quindi forse avrebbe dovuto, potuto usare la parola sorte, invece…» Replica Uriah indignato rimangiandosi la protesta di non tradurre. I secchioni, anche se sono arrabbiati beh… rimangono pur sempre secchioni.

«E non è quello che ho detto io?» Replica Kenzie, «e poi è inutile che fai tanto il sapientone, questa coronacation ha finalmente spazzato via dalla terra tutti i secchioni come te. Adesso finalmente siamo tutti uguali…per davvero.»

«Corona cosa?» Domando trattenendo un sorriso, non di gioia, più di frustrazione, come una smorfia, o un ghigno.

«Corona – cation… corona vacation, Mr.D.» Dice Destiny. «la giustizia… un mondo dove finalmente siamo tutti uguali…»

«ah una specie di crasi…» dico più a me che alla classe.   

«No, una vacanza!» Mi corregge Kenzie.

«Una crasi» s’intromette Priscilla, «quando fondi due parole per farne una nuova. Potevi usare Google anche qui, no?» conclude sarcasticamente rivolgendosi a Kenzie.

Life at last
Sit and listen while the fun begins
Hearts are broken and the bad guys win
Sit and listen all the cutting up is easy And
This isn’t for the queasy or the weak of heart

Paul Williams, Life at last.

«AMMUTOLITEVI TUTTI!!!! METTETE TUTTI I MICROFONI MUTI, SUBITO. E TU SARAH PIANTALA DI SCRIVERE CITAZIONI RUBATE DA UN MUSICAL DEGLI ANNI SETTANTA» strillo spazientito.

La classe virtuale adesso si è acquietata e mi fissa. Da una parte il manipolo di secchioni, con gli occhi che ardono come il Sacro Fuoco nel tempio di Vesta; dall’altra i somari, con gli occhi vacui come i fondali del Lete, il fiume dell’oblio.

«Uriah… mi deludi» Dico con tono asciutto. «Noi non traduciamo per prendere un voto… ma per… per… per riflettere, migliorarci. Kenzie, usare Google per tradurre è scorretto, approfittarsi di una lezione virtuale per copiare è squalificante.»

La classe non risponde, ma la rabbia trasuda dalle fibre ottiche e dalle bande larghe dell’etere. Da una parte chi, dopo anni di sacrifici si ritrova a dover fare i conti con un virus pandemico che ha resettato il merito; dall’altra chi, dopo anni di stenti si ritrova in un mondo virtuale dove un virus ha fatto in modo che i voti non esistono più e finalmente i vangeli danno un senso compiuto a quelle frasi retoriche che sanno tanto di slogan da campagna elettorale: gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi. 

“Chi tra gli insegnanti è consapevole che gran parte dell’apprendimento dipende non tanto dalla buona volontà, quanto dall’autostima che innesca la buona volontà?

Umberto Galimberti, l’ospite inuietante.

«Uriah, lo sai che la parola Gentleman è composta da man, uomo ma anche da gentle che significa gentile?»

-Non sequitur. Certo che lo so- Digita Uriah nella chat di zoom, giusto per sottolineare uno: che come al solito ho risposto fischi per fiaschi, due: che ho pusillanimemente imposto a tutti di spegnere i microfoni.

Sono certo che quando torneremo nelle classi reali, molti di noi useranno in modo scherzoso l’espressione mute yourslef, togliti l’audio, per zittire uno studente rumoroso.

«Sì, ma Gentle deriva dal latino gentilis, letteralmente: dello stesso clan, o più semplicemente della stessa gente. In sostanza un gentleman è una persona che si comporta in modo onorevole perché deve dare conto alla sua gente, alla sua famiglia… solo chi non ha nessuno a cui dover dare conto è pericoloso. Ecco Uriah, come si sentirebbe tuo padre se gli dicessi che ti sei rifiutato di tradurre? Secondo te perché ti sei impegnato tanto a scuola? Per i voti o perché quei voti rendevano qualcuno orgoglioso di te?»

La classe adesso mi fissa dai quadratini di Zoom, senza fiatare o digitare, la lezione ormai ha preso una deriva pedagogica di cui nessuno, me compreso, sentiva la necessità.

«Kenzie… anche reputazione è una parola latina…deriva da re-di nuovo e putare, soppesare, valutare… come a dire che guardandoci indietro torniamo a valutare le persone con cui abbiamo interagito… cosa dovrebbe pensare Uriah ri-valutandoti?»

Nel mondo pre-distanziamento sociale, adesso la campanella, come una dea ex machina ci avrebbe liberato da un silenzio virtuale ma pur sempre pesante, qui invece tutti fissano i quadratini degli altri alunni senza sapere cosa fare. 

We need a man that is simple perfection
There’s nothing that’s harder to find
Someone to lead us protect us and feed us
And help us to make up our minds
We need a man that’s sophisticated
Quiet and strong and well educated
Where to go what to do
Could it be somebody super like you

Paul WilliamsSomebody super like you

Sarah non resiste e incornicia il mio discorso nell’ennesima citazione, questa volta non riesco a trattenermi e alla fine rido anch’io.

Tocca a me l’ultima parola, anche se non avrei voglia di aggiungere altro: «Okay ragazzi, ho un consiglio di classe tra cinque minuti…»

I miei alunni vengono inghiottiti dall’oblio dello schermo, uno alla volta, finché scompaiono tutti e rimango a fissare la mia immagine nel monitor.

Il virus ha dato nuova linfa all’ospite inquietante:

“Il male non è tanto nei luoghi della città quanto nell’animo di questi giovani, dove famiglie dai genitori distratti e scuole dai professori annoiati hanno celebrato il loro fallimento.”

Umberto Galimberti, L’ospite inquietante.

Ho la barba ispida e le occhiaie di nottate passate a correggere e a mandare e-mail nel vano tentativo di stanare Lucignoli reali intrappolati in scatole cinesi virtuali. Psichedeliche città dei balocchi dove in un tripudio di snapchat, youtube e Call of duty, le ore, i giorni, le settimane passano come tanti guizzi di luce vivida che non illuminano un bel niente.

EX CATHEDRA 2.0 Se la storia ti è piaciuta, ti chiedo solo un favore: iscriviti alla mailnig list, potrai cancellarti in qualsiasi momento…

Pubblicato da excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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