È il dolore il vero compagno della gioia.

Libera te primum metu mortis (illa nobis iugum inponit), deinde metu paupertatis. Si vis scire quam nihil in illa mali sit, compara inter se pauperum et divitum vultus: saepius pauper et fidelius ridet;

‘Liberati per prima cosa dalla paura della morte…’

‘Bene Priscilla… continua..’

‘Quella ci impone la pesan..tezz..a?’

‘Può passare… diciamo anche di sì… chi vuole continuare?’

Nessuno risponde. Fisso meglio la classe e mi accorgo che quasi tutti, impercettibilmente stanno masticando qualcosa. Kenzie continua a staccare quadratini di bagel facendoli sparire in bocca, Laiba pizzica chicchi di riso con le mani, Alex infila maldestramente manciate di goldfish (salatini a forma di pesce con un retrogusto di formaggio) in bocca, Precious sfila lacci di string cheese, un tubetto bianco che qui si ostinano a chiamare formaggio.

Uriah, si accorge che mi sono incantato e allora comincia a tradurre senza aspettare un cenno da parte mia. Normalmente l’avrei sbranato perché per essere bravo è bravo, ma le sue arie da professorino demoralizzano la classe. Questa volta invece lo lascio fare; mancano cinque minuti alla pausa pranzo e ho lo stomaco attorcigliato. Niente contro Seneca, ma quando ho fame mi sento più vicino a Plauto.

‘In secondo luogo dalla paura della povertà. Se vuoi capire come non ci sia nulla di male in essa compare a poor man e un rich uomo. Un pover’ man ride more often e più faithfully’

Chissà perché ogni volta che sono davvero stanco e affamato le lingue si confondono e si intrecciano e alla fine il latino, l’inglese, l’italiano danzano a balzi discordanti nel cervello e diventano un mescolone.

Pazienza, la traduzione sarà sicuramente giusta; Uriah passa tutti i pomeriggi a studiare l’ebraico nella sinagoga di Pikesville, per lui Seneca è scorrevole e limpido come una pagina di Calvino.

Il monòtono beep monotòno ci libera dalla fame. I miei alunni si alzano alla spicciolata e spariscono nei corridoi brulicanti di studenti affamati; io apro con impazienza il sacco portapranzo e recupero il sandwich, lo metto sulla scrivania con zelo religioso, spogliandolo delicatamente della carta che lo avvolge. Poi lo afferro con entrambe le mani, alzo la testa stringendolo saldamente in mano e…

Vedo Sam, seduto nel mezzo dell’aula, che mi fissa intensamente. Ha un viso inespressivo, gli occhi neri e la pelle color ebano che scintilla illuminata dalle luci plastiche del neon. Poso a malincuore il panino sulla scrivania, cerco di ricompormi e finalmente trovo la forza di parlare: ‘Ma tu non vai in mensa?’

Sam sorride: ‘Non ho tanta fame Mr.D. Posso stare un po’ qui?’

Ovvio che vuole parlare, mica mi serve scomodare Piaget per capirlo, solo che… alla fine sospiro, rimetto il sandwich nella carta coprendolo goffamente e domando: ‘Tutto bene, Sam?’

‘Certo’ risponde lui, incerto.

‘Ma perché non vai in mensa insieme agli altri, allora?’

‘Se questa settimana risparmio i soldi del pranzo, Venerdì avrò cinque dollari e mi potrò comprare le flashcards per la classe di scienze.’

Do un’occhiata al sandwich e mi viene un moto di ribrezzo. Non so cosa rispondere, cosa si può dire a uno studente che vuole risparmiare cinque dollari dal pranzo per comprare dei foglietti di carta… per la scuola?

‘Vabbè ma poi stasera tua mamma ti cucinerà una bella cenetta… no?’ Dico alla disperata ricerca dell’happy ending.

‘No’ Dice Sam, strappandomi con entrambe le mani dalla commedia che sto cercando di creare intorno a questa storia.

‘Perché, scusa? Non sa cucinare?’

‘Anzi… a dire il vero è un’ottima cuoca’

‘E allora perché non cucina?’ chiedo anche se temo di sapere la risposta.

‘Questa settimana viviamo nel motel vicino al raccordo anulare e non abbiamo la cucina. Ma per fortuna lì vicino c’è un Burger King…’

‘Motel?’

‘Mh-hm, mia mamma io e mia sorellina.’

‘Cioè, fammi capire, voi abitate in un Motel?’

‘Sì, in quello all’altezza dell’uscita ventotto del raccordo, che tra l’altro a me piace perché c’è il Wifi incluso e.. la colazione, solo che non abbiamo il cucinino e nemmeno il frigo’

Era una casa molto piccina non c’era neanche una cucina…

‘Ma quindi quanto è grande questo appartamento?’

‘ Il Motel, dice? C’è una sola camera con due letti, il bagno è sul piano, in comune, ma io quando posso uso quello della scuola perché quello del motel è disgustoso…’

Non si poteva fare pipì perché non c’era un bagno lì

‘E tuo papà?’

Sam mi studia per qualche secondo dai suoi grandi occhi neri, poi apre la bocca, come per dire qualcosa, ma alla fine cambia idea e la richiude.

‘Ma i compiti? Dove li fai?’ Insisto.

‘Di solito a scuola, oppure nella lobby perché in camera c’è sempre la tele accesa…’

Ma era bella bella davvero in via dei matti numero zero…

Siamo nel VentiVenti. Tutti, in un modo o nell’altro guardano ai numeri di questa economia, chi perché è convinto che andiamo alla grande, chi perché pensa che potremmo andare ancora meglio, del resto la matematica non è un’opinione.

Sento l’esigenza di dire qualcosa, qualunque cosa, non perché ho veramente qualcosa da dire, anzi… ma perché me lo impone la circostanza.

‘Vedi Sam, però anche quello che stavamo leggendo oggi, quando Seneca diceva che la povert…’

Sam sorride, un sorriso buono, o forse solo bonario, poi alza una mano, come a intimarmi di smettere.

Rimango impietrito, Sam se ne accorge, allora aggiunge: ‘Non mi fraintenda… io le frasi le traduco e le voglio capire, ma non presto attenzione a quello che dicono, perché loro….’ poi alza la testa, come a cercare qualcosa per completare il pensiero, alla fine, come folgorato da un’intuizione conclude: ‘loro… non sono come noi…’

Per i miei alunni le frasi pirotecniche dei filosofi e dei poeti che vendono panacee di felicità, o dei politici che scrivono slogan da vendere nelle piazze sono sterili esercizi di stile, loro vogliono i fatti, possibilmente supportati da numeri concreti.

facta, non verba…

Ripenso a un discorso appassionato che Kennedy fece il diciotto Marzo del 1968 presso l’università del Kansas, quando aveva detto che il PIL misurava molte cose fuorché ciò che rendeva la vita veramente degna di essere vissuta e mi chiedo se oggi, nell’epoca dei social media, avrebbe fatto lo stesso discorso o magari avrebbe semplicemente scritto un post.

Sam si alza con calma, mi saluta con un cenno ed esce dall’aula. Vorrei trattenerlo per la giacca e dargli il mio panino, o cinque dollari, o tutt’e due, ma poi cedo ai miei piccoli calcoli utilitaristici ricordandomi che siamo diffidati da dare cibo agli alunni, figuriamoci soldi.

Mi alzo dalla sedia e mi sento pieno fino alla nausea, come se avessi mangiato un piatto di crauti, cavoli e salsicce, e mi dirigo a brevi passi nevrotici verso l’ufficio della guidance counselor.

Nelle scuole americane la guidance è una figura chiave, qualcosa a metà strada tra la migliore amica degli studenti e una zia premurosa. La guidance dispensa consigli, supporto emotivo, se necessario sprona a fare di più e nella quotidianità dei giorni scolastici redige programmi di studio creati ad hoc per gli alunni.

Raggiungo l’ufficio e quasi prendo la porta a spallate, Ms.Wood, la counselor della Silvana High, una donna sui quarantacinque anni, capelli corti biondi, occhi chiari e uno sguardo vispo, mi accoglie con un sorriso sincero, come se vedermi fosse la cosa più bella della giornata: ‘Mr D. che piacere’ dice facendomi arrossire.

‘Ms.Wood’ Le dico ansimando ‘ Sam… Sam… vive in un…’

‘Motel…’ Conclude lei.

‘…’

‘Ci vive dall’anno scorso, Mr.D. vedo che non hai letto la circolare che abbiamo mandato a inizio anno… guarda che il tre percento dei nostri studenti è senza fissa dimora… c’è chi vive in un motel, chi presso un centro di accoglienza, chi da parenti o amici… e tutti se glielo chiedi ti dicono che è una soluzione temporanea e né tu né io possiamo farci molto. Almeno quando c’è scuola hanno il pranzo garantito, secondo te d’estate quando le scuole sono chiuse questi ragazzi dove pranzano e peggio ancora, cosa fanno?’

***

Il National Center for Homeless Education (NCHE) stima che circa 1,36 milioni di studenti delle scuole pubbliche Americane non abbiano una fissa dimora. Questo è quasi il 3% della popolazione studentesca, una percentuale che è quasi raddoppiata nell’ultimo decennio.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani

Robert Kennedy

Se La storia ti è piaciuta (e non sei ancora iscritto al blog) inserisci la tua mail nella barra qui sotto. Una storia alla settimana ogni domenica sera Eastern Time o giù di lì…

BIBLIOGRAFIA

https://www.brookings.edu/blog/brown-center-chalkboard/2019/10/24/better-serving-the-needs-of-americas-homeless-students/

Pubblicato da excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

One thought on “È il dolore il vero compagno della gioia.

  1. il COMMENTO DI ANDREA….

    Al centro dell’ultimo “ex cathedra” c’è un esempio di quel 3% di studenti americani che vivono senza fissa dimora. In questo “tema,”che certamente spesso contiene anche “rigurgiti” di fame e povertà materiale, veniamo inopinatamente introdotti attraverso un esercizio assegnato ad una classe: sommessamene gli studenti ruminano i “benefit” che si sono portati da casa, e intanto cercano di tradurre un testo di Seneca sui temi della condizione umana, della morte, della gioia, della povertà…

    Certamente Plauto è più “connaturato” di Seneca alle contorsioni gastriche dovute a fame o a stravizi alimentari: i suoi personaggi le minacciano o le esibiscono suscitando il riso con le loro smorfie; ma la compartecipazione emotiva alla condizione dello studente che “obtorto collo” rinuncia a 5 pranzi per risparmiare il denaro necessario all’acquisto di materiale scolastico, fa chiudere a Mister D.M. la bocca dello stomaco e, parallelamente, l’involucro della “schiscetta”…

    Al dramma di questa improvvisa presa di coscienza si contrappone la seraficità di Mrs Silvana High, capace non solo di riconoscere e chiamare affettuosamente per nome (beata lei!) l’intera popolazione della scuola, ma anche di accettare serenamente la propria impotenza davanti al “male di vivere” di tanti.

    Neppure le parole di Seneca valgono però a consolare Sam, perché secondo lui “ loro… non sono come noi”. Eppure proprio qui è probabilmente la chiave del diverso atteggiamento di Sam e Uriah davanti ala vita: per il primo essa è “Motel”, “Burger King” e poco altro; per il secondo, da sempre abituato a misurarsi con la Sinagoga e la lingua della torà, il mondo è più complesso, ma, in definitiva, più ricco e interessante.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: