I Segreti Della Middle Class

‘C’è chi è schiavo della lussuria, chi dell’avidità, chi dell’ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura…’

La classe mi osserva in modalità standby mentre chioso una sporca traduzione di Seneca con commento.

‘Quindi in sostanza’ imploro perdendo pezzi per strada ‘in sostanza Seneca dice che siamo tutti schiavi… di… di…qualcosa…’

La classe annuisce come a dire, sì vabbé ma che fantasia sti’ Romani. Poi il monòtono beep monotòno li-mi- ci- libera da questi discorsi stoicamente filosofici.

La seconda ora non insegno, quindi decido di mettermi su un caffè. Apro il cassetto  e mi accorgo che il caffè è finito. Possibile che mi sia dimenticato di comprarlo? Si vede che a furia di rimandare nella speranza di trovarlo in offerta alla fine me ne sono dimenticato. Pazienza. Vorrà dire che mi procurerò la mia dose di caffeina in sala professori.

Cammino lungo il corridoio lato Ovest della Silvana High. La scuola è addobbata con zucche che vanno dal rosso bordeaux al vermiglione, scheletrini, ragnini e teschietti di Halloween che pendono dal soffitto. Schivo a fatica un paio di orde di studenti ritardatari, incrocio tre colleghi che si muovono a testa bassa stringendo saldamente tra le mani una risma di fogli ancora caldi, incrocio officer Rizzo che mi fa un cenno benevolo mentre allunga la mano verso il walkie che gracchia suoni incomprensibili, passo la segreteria, attraverso l’ampio atrio e finalmente raggiungo la porta della sala professori.

La stanza è deserta, a parte un uomo distinto che si muove ai bordi del muro con lo sguardo di chi fa finta di non dover fare niente. La sala professori si sa, è come la sala d’aspetto di una stazione. Tutti stanno lì, ma hanno i minuti contati. Un collega che si dilunga troppo davanti alla fotocopiatrice suscita odio. La collega che cerca gli spicci per il distributore automatico rallentando la fila suscita odio, il collega che si mette a parlare del tale alunno improvvisando un consiglio di classe fuori programma suscita odio. In sala professori gli insegnanti sono dei piccoli Proust che assaporano con triste meraviglia l’ineluttabile e irrimediabile passare del tempo.

Mi chiudo la porta alle spalle. L’uomo adesso sembra reattivo, quasi come un ragno che ha avvertito un’impercettibile vibrazione della tela. Fingo di non vederlo e mi avvio lentamente verso il distributore automatico. L’uomo distinto mi guarda di sottecchi, rimanendo ben saldo ai bordi della tela. Non è uno di noi. I professori li riconosci quasi subito. Sguardi assenti, movimenti rapidi, frasi lesinate con cura. E chi ha voglia di scambiare due chiacchiere dopo che è stato costretto a parlare ininterrottamente per una secchiata di ore per di più la mattina presto?

L’uomo sa di doccia fresca e barba appena fatta. Indossa un completo beige con scarpe nere di lucido. I capelli radi sono…

Vuoi leggere di più? 

La Collana Hey, sembra l’America – Duemiladiciannove- sarà presto un libro.

Pubblicato da excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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