Realizing the American dream

L’autista di Lyft mi informa che siamo arrivati. Come apro lo sportello, vengo investito da una folata di aria calda, umida e appiccicaticcia. La distanza dalla macchina all’ingresso della SHS è poco meno di cinquanta metri, eppure quando raggiungo la porta ho le ascelle appiccicate alla camicia. Premo il pulsante dell’interfono e dopo pochi secondi una vocina cortese gracchia qualcosa dal citofono, non ho capito nulla di quello che ha detto ma mi limito a recitare la frase che sto studiando da quando sono salito sulla macchina di Lyft: “Good morning, I’m Mr.D and I’m here for the interview”. Passano altri due secondi e uno scatto metallico mi apre la strada verso il mio colloquio di lavoro. L’ingresso dell’edificio non si discosta molto dall’impressione che mi ero fatto dall’esterno. L’atrio principale è un enorme salone che comincia ad accusare il passare degli anni. Il pavimento anni Cinquanta è una distesa di blocchi regolari di linoleum color sabbia ricoperti da minuscole macchioline nere e grigie, ma non ha nulla di vintage, è solo vecchio. I muri sono a mattoni a vista, mentre il soffitto è ricoperto da pannelli di cartongesso bianchi.

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Published by excathedra20

Insegnante di latino e italiano per una decina di anni in Italia, dal Duemilaundici in una scuola superiore negli Stati Uniti.

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